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    September 20

    "For we know our duty is trust"

    Forse sarà solo che è riniziata la stagione di approfondimento di La7, con il sempre presente Otto e mezzo di Giuliano Ferrara e L'Infedele di Gad Lerner, forse sarà il clima politico che mi stimola, ma una domanda che mi pongo spesso in questi giorni è: cosa fa funzionare uno Stato?
    Ed a dire il vero, la domanda è estensibile: cosa fa funzionare una istituzione? Una organizzazione? Una struttura sociale di qualsivoglia tipo, dalla più semplice (una coppia) alla più complessa (una federazione di Stati)?
    La risposta è di una semplicità sconcertante: la fiducia. La fiducia non solo nell'altro, ma anche nel "superiore", nel "gestore", nell'"amministratore". Incredibilmente, sembra mancare questo nella nostra Italia d'oggi (e forse è sempre mancato).

    Siamo ai fatti di attualità parlando della "risposta alla politica" con i vaffa: che sia antipolitica o meno ha poca importanza per quello che voglio dire, poichè essa segnala una sfiducia talmente radicata da essere quasi comica oltre che contradditoria: l'88% degli elettori italiani ha partecipato all'ultima consultazione elettorale, un picco che segna un forte "sentire" politico, magari di pancia ma presente...un forte sentire che oggi implode su se stesso denigrando o sentendosi tradito da ogni scelta, decisione presa dove le decisioni non si possono evitare. Insomma, si dice "vi abbiamo eletto, ma non ci fidiamo comunque di voi", coprendosi comunque dietro alla legge elettorale, alla inammovibilità della classe politica o - per dire una cosa strausata - al complotto ordito per tenere il popolo (cui "La sovranità appartiene...la esercita nelle forme e limiti della Costituzione", dice la nostra Carta Fondamentale, art 1.2) sotto il giogo di indeterminati potenti. Il Gran Nemico, insomma. Così non si pensa che, nelle miserie della contrattazione (quale è la politica sempre e comunque), ci possa essere un disegno preciso, giusto secondo chi lo esegue e, persino, utile alla collettività (o alla maggioranza di essa): non si crede in nessuna scelta, lamentandone l'ingiustizia.
    Il discorso si applica perfettamente alle tasse, alla rivoltà fiscale, persino alla Chiesa (istituzione che si sa non ami particolarmente). E così, anche io che sono un convinto Relativista agnostico, devo trovarmi d'accordo con Bertone: la crisi italiana è morale, e, si, per una mancanza di fede in dio. Ma non quel Dio dei Popoli, delle Genti e della Croce: bensì quello più prosaico, di Feuerbach, presente in ogni uomo
    September 17

    IMQ

    Chi non ricorda quella vecchia pubblicità, con un cane, due bambini e tanti elettrodomestici, dove veniva insegnato a fidarsi di una sola attestazione di qualità? Era una pubblicità simpatica, fatta per colpire anche i più giovani e non solo i diretti interessati.

    Al di là della nota nostalgica, mi ritrovo anche oggi a scrivere sulla questione Grillo. Ed invero è particolare come questa persona, con pochi giorni di agire sociale particolarmente roboante, sia riuscito a riaccendere la mia voglia di scrivere e parlare.
    E' di ieri sera la notizia che presterà "il proprio marchio di certificazione morale" alle liste civiche dei cittadini (che poi avranno autonomia) per le elezioni amministrative: un'ottima idea, si potrebbe dire, visto che le liste civiche sono permesse nel nostro ordinamento come "manifestazione del pensiero nell'agire collettivo", e che esse rappresentano movimenti che meglio rappresentano, forse, gli abitanti di una determinata zona politico-amministrativa.
    Eppure, ci sono svariate sciocchezze in questa idea maggiormente rappresentate dalla stessa "idiozia" di un marchio di qualità morale per dette liste (e che marchio: la stessa faccia di Grillo; alla faccia del personalismo) quando, gira che ti rigira, un sindaco, un assessore o un qualunque membro di vertice degli enti locali prima che un "brav'uomo" (nozione inflazionata e scarsamente definibile, visto che il giusnaturalismo si presta a giustificare tutto e nulla) deve essere un bravo amministratore, conscio non solo della volontà della gente ma anche di quelle esigenze che essa non sa di avere.
    Facciamo un esempio semplice: gli inceneritori. Un problema tremendo che le stesse giunte faticano a risolvere per la paura di contraccolpi elettorali. La lista civica che si presentò a Modena non molto tempo fa si opponeva fermamente, denunciando la pericolosità dell'impianto e dicendo che i rifiuti potevano essere "stockati" altrove, per esempio in Germania. L'attuale sindaco (e l'attuale presidente di Provincia), che vinsero le elezioni di un pelo e solo perchè qui in Emilia-Romagna ci siamo intestarditi su un'unica compagine politica (senza lamentarci però di come veniamo governati...si veda l'esempio di altre regioni che, governate dallo stesso partito da 30 anni, lamentano le carenze amministrative), fecero l'inceneritore consentendo una diminuzione radicale delle spese per i rifiuti dell'intera zona di copertura (che in parte prende anche Parma), dando luogo a una non ininfluente riduzione dell'addizionale IRPEF. Ora, ditemi, una lista civica, mancante di amministratori qualificati, potrebbe fare una cosa simile? Avrebbe le competenze (e l'onestà intellettuale, che viene ben prima di quella morale nell'agire della politica) per fare una cosa diversa da quella prospettata ai cittadini, o presentarsi ancora prima con un programma contrario alla "cura del proprio giardino"? Scusatemi se ne dubito.

    L'ultima cosa che mi fa indignare, devo dire, è la miopia dello stesso Grillo: lamenta la immoralità della classe politica, ma anche tanti altri difetti della stessa politica italiana. Chiama in causa De Gasperi e altri Padri della Repubblica (anche questo, termine inflazionato) sventolando forme di democrazia diretta come se nessuno avesse mai visto i rischi (enormi) che comportano, prima delle storture (che la democrazia indiretta ha, non va negato), dimenticando che siamo tutti frutto dello stesso ambiente sociale.
    Mastella, Fassino, D'Alema, Fini, Casini, Bossi, Berlusconi...tutti italiani. Tutta gente che capta l'indirizzo sociale e morale italiano. Ed allora, forse, prima che di distacco della gente dalla politica (che esiste nella misura in cui continua a parlarsene...altro argomento di discussione), bisognerebbe parlare della gente stessa, che pur di avere qualcosa contro cui andare non riconosce nemmeno sè medesima.

    Sempre meglio.
    Sulla strada dell'oltre sè nel prima di sè
    September 16

    Lettera ad Eugenio Scalfari

    Manco da questo blog da moltissimo tempo, ma solo di recente ho sentito la pulsione di tornare a scrivere: mi scuso quindi con i miei 5 (15 li abbiamo persi per strada) lettori, se il primo post sarà una lettera aperta, recapitata stamane alla redazione di Repubblica.
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    Esimio dottor Scalfari,

    per quanto probabilmente leggerà in continuazione e-mail di persone ben disposte nei confronti delle sue analisi, ho sentito doveroso dopo lungo tempo farle arrivare anche la mia “voce”: sono un ragazzo ancora ben distante dalla maturità, ma che per inclinazione personale, oltre che per sano interessa accademico (sono convinto capisca  quanto ,per uno studente di giurisprudenza, l’attualità politica possa essere rilevante), occupa il proprio tempo libero leggendo la Repubblica, sempre alla ricerca di suoi editoriali che, sinceramente, apprezzo massimamente per lucidità e stile.

    Condivido pienamente la sua valutazione sul V-day di Grillo (che sento ancora più vicino perché verificatosi proprio a Bologna, dove studio, in una piazza dove passo ogni mattina) e sulla tendenza anarcoide del popolo italiano, che trova le sue radici probabilmente in un portato storico tutto particolare: così, mentre la Francia creava un regno unitario e la Germania si riconosceva in una cultura comune (quella Romantica), l’Italia si pasceva dei propri particolarismi, sempre alla ricerca di un “uomo forte” che le desse unità (chissà Cavour cosa direbbe oggi dello stato che tanto faticosamente, anche con operazioni dotate di scarso scrupolo, costituì). Condivido anche la sua visione del movimento antipolitico che si sta formando attorno a quell’uomo, una sorta di “movimento ultrademocratico” che trova nella Rete la propria aggregazione, ma che a parte un tremendo “NO” che riecheggia su ogni elemento dell’attuale società (sia quelli negativi che quelli positivi), non da nulla di costruttivo, non arrivando nemmeno a proporre quella che sarebbe una risposta talmente semplice da essere risolutoria: una nuova Costituzione.

    Ed infatti, ma non dubito lei lo avesse notato, alcuni degli argomenti che portano non sono altro che principi “moralizzatori” che mal si conciliano con la nostra Costituzione (fortunatamente liberale e non Etica, come accade in altri Paesi a loro volta democratici) e la cui conversione in legge dubito sinceramente potrebbe superare un vaglio anche solo astratto di costituzionalità.

     

    Pare infatti che il sistema che inneggiano sia di tipo “direttivo”: un decentramento completo della sovranità, che secoli di storia (dalla Rivoluzione Francese a oggi) hanno dimostrato dover essere si del popolo, ma “esercitata” non direttamente, per evitare storture, derive dittatoriali o populiste sempre possibili, come lei afferma. E in quei ragazzi che conosco che improvvisamente vedono in Grillo “l’uomo nuovo”, l’unico che “può dare ai cittadini uno strumento di tutela”, riconosco solo persone povere della voglia di determinarsi da sole in cerca di un leader, che sia pure ruler e massimo faro Morale (o Etico, forse), che dietro a slogan semplificanti e semplicistici celi, forse senza saperlo, la sola, gretta – e si, ipocrita – anima di un popolo sperso, incapace di riconoscersi come unitario e trascendere se stesso (cosa che un migliore approccio dell’italiano medio all’esperienza comunitaria ed unitaria dell’Europa aiuterebbe molto).

     

    Mi permetta di concludere con un’ultima digressione: volendo vedere quale fosse il malcontento generato nelle “schiere della Giustizia” (mi consenta l’ironia, il termine è di mio conio) dai suoi articoli, ho girato parecchi forum/blog rimanendo stupefatto: l’argomento più usato è la sua età e la relativa incapacità di comprendere il nuovo che ne deriverebbe. Infatti un’altra peculiarità di costoro (e forse, però, di ogni persona che in cuor suo si senta di militare per una cultura o una idea) è il considerarsi araldi del mondo nuovo, magari pure Audace , dove proprio la democrazia come forma ipocrita e falsata di sovranità popolare verrà superata mediante la rete. La E-Democracy sulla quale filosofi, giuristi, sociologi, matematici ed ingegneri si interrogano da una decade ridotta a qualche slogan, che non solo dimentica le difficoltà tecniche, ma anche personali e la facilità di indirizzo/coartazione di un sistema simile: chi gestisce un blog, forse, non predetermina in maniera autoritativa (ed una autorità senza limiti è una dittatura) gli argomenti? Non tarpa le ali direttamente, con facoltà al di sopra del pluralismo, il pensiero avverso? Non si giova in maniera totale delle proprie schiere, le proprie claque, senza doverne mai rispondere a nessuno?

    Forse, con Grillo (che è solo la faccia, però), non abbiamo tanto raggiungo il qualunquismo, ma solo il berlusconismo 2.0: quello che ha trovato, nella rete, lo strumento più rapido e meno difficile da gestire per coprire le vere valutazioni, i veri problemi.

     

    PS: La domanda forse è solo accademica o comunque inutile: più che di antipolitica (che si, ritengo manifestazione politica come libertà di “agire politico” negativa), non sarebbe meglio parlare di politica positiva (quella che ha fatica i governi ed i parlamenti, dopo i partiti ed i singoli, fanno con i loro endogeni mali) e politica negativa (i fenomeni come questo, appunto)?

    December 22

    Shell

    Facilmente, l'argomento verrà a noia ai lettori, essendo stato ultra esposto mediaticamente. Facilmente, dirò cose scontate, da "bar sport", sulla morte di Welby, cose che vuoi tutti avrete sentito o pensato, condiviso o odiato, nei termini che preferite: ma laddove sento gente che dice che la popolazione carceraria andrebbe sfruttata come mano d'opera gratuita, e che una certa etnia va fatta lavorara gratuitamente perchè comunque non contribuisce con i propri stipendi all'economia, mi viene spontaneo non sentirmi troppo stupido per la banalità delle mie affermazioni.
    Welby è morto. Come il Papa, Welby è morto dopo una -lunga- sofferenza.
    Ma, -forse- diversamente dal Papa, Welby ha scelto l'ora della sua morte. Welby ha esercitato il massimo grado di autodeterminazione dell'uomo, di libertà dell'uomo, decidendo di negare a sé medesimo la vita.
    Ma perché?
    La  domanda è forse sciocca. Soffriva, ed è chiaro a tutti lo stato fisico in cui si trovava. Non sono lui nè lo conoscevo, ma l'orgoglio mi porterebbe a definirlo quanto meno umiliante. Una mente tanto lucida, rinchiusa in quella creta facilmente malleabile ma priva di volontà, è una immagine che non si fa in fretta a dimenticare. Così, Welby ha deciso che era l'ora di smettere.
    Ma il profilo forse è un altro, o forse è anche un altro: la vita non gli era ancora negata, la libertà di vivere l'aveva persa da lungo tempo: non solo la malattia, ma anche la cocciutaggine di un sistema gliela aveva tolta, un sistema (quello attuale italiano) dove un iniziale consenso ad essere mantenuto in vita non può più essere revocato, come una presunzione assoluta di incapacità di intendere e di volere che, tuttora che sei attaccato ad un sistema di biosostentamento ti trasforma in un bene pubblico, di cui terzi decidono la destinazione.
    E se quei terzi (che alla fine sono i medici esecutori, poichè, alla fine, è chi applica le cose che le regola, non chi le "indirizza") decidono nel senso di rispettare la tua volontà, non saranno "tutelati", ma autonomamente giudicati.

    Sia chiaro, non semplifico la materia. Non è una questione di coscienza, né di morale. La religione non c'entra, il credo laico nemmeno. E' una questione (stupidamente) di stretto diritto, come sempre, economia docet, di sistema di bilanciamento, di sistema per evitare che il consenso non seriamente reso divenga forma di diffusa impunità dell'omicidio.
    Ma, del resto, lasciamo la scelta individuale alla coscienza, alla morale, all'etica.
    Ma l'individuo, colui che sceglie...lasciamo libertà della propria autodeterminazione


    November 06

    Not Brave, Old World

    L'ultimo fine settimana è stato pieno di avvenimenti di una certa rilevanza politica, è palese a tutti, e proprio da essi la mia "vena giornalistica" ha ripreso vita: passerò però solo a volo d'uccello sui due che oggi maggiormente interessano i quotidiani (la sentenza di morte per Saddam Hussein e le mid-term USA) per sottolineare altro.

    Quanto al primo argomento, i rilievi sono pochi e scarni: come molti avevano sottolineato, un tribunale in loco per crimini sicuramente internazionali (ravvisabili direi: genocidio, crimini contro l'umanità) non poteva che portare ad una soluzione "violenta" come comminare la pena di morte, che essa poi venga commutata in ergastolo o meno. Sarebbe stato più "equa" una Corte Internazionale (come quella dell'Aja...anche se dubito l'Iraq abbia aderito allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale...), anche se verosimilmente avrebbe scontentato proprio gli iraqueni con il suo approccio più giuspositivista (se si può dire di una Corte Internazionale...) che giusnaturalista (se si può dire di un tribunale penale...).
    Anche il secondo punto è presto detto: è una evento importante quello del possibile cambio di tendenza nell'organo legislativo dell'"unica" potenza rimasta del dopo-muro, tanto più dopo che l'amministrazione Bush e la dottrina Neo-con hanno così bene dipanato i propri effetti. Senza discutere se la sentenza di cui sopra sia collegata o meno all'avvicinarsi delle elezioni, se aiuterà l'attuale maggioranza e quant'altro, certo è che si tratta di un effetto sorpresa abbastanza forte.
    Ed ecco il cuore dell'intervento: come riportavo nell'intervento del 21 Marzo 2006, "Quante cose", qualcuno tra i più attenti "analisti" aveva segnalato come l'Italia avesse avuto in buona dose un ruolo di "campanello di allarme" per il resto del mondo lungo la storia dell'ultimo secolo. Di nuovo, l'Italia, mi pare, ha svolto questa funzione.
    Tra l'attuale campagna elettorale USA e quella scorsa italiana, probabilmente con egocentrismo nazionale, noto delle somiglianze, non nei toni della politica, ma negli eventi e nelle persone: unghiate finali, "pietre migliari" dell'ultimo momento, attacchi frontali nonostante gli scandali, forte, fortissimo tentativo di autolegittimazione morale al di là dei possibili (e per Dio, normali) fallimenti, campagne stampa contro la maggioranza parlamentare in virtù di una particolare "sottoposizione" all'esecutivo (in USA anche più pericolosa, visto il potere già forte dell'organo di vertice amministrativo). Tutti elementi che, nemmeno a grandi linee, noi italiani abbiamo già visto, al di là dell'opinione di giustezza o falsità che si possa avere a riguardo.
    E quindi? E quindi stiamo a vedere. Ci sarà un appello per Saddam Hussein (perchè tutti dicono solo Saddam? E' il suo nome proprio, non il cognome...educazione vorrebbe non chiamarlo così senza conoscerlo personalmente) e uno scrutinio elettorale definitivo, che risponderanno alle singole domande.
    Non di meno, in un clima simile, dove l'antipolitica si fa comunque politica e pretende di avere maggior legittimità morale, tutto quello che rimane ai veri politici (e ce ne sono anche tra i Repubblicani in USA come nella CdL in Italia...e di ottima scuola, anche se di idee diverse dalle mie) sono gli atti di erismo parlamentare e non eroismo mediatico.
    Purtroppo (e voglia Mustafà Mond scusarmi, come pure Aldous Huxley, se cambio il tempo verbale) "in una società conveniente mente organizzata come la nostra dovrebbe essere nessuno dovrebbe compiere atti di eroismo"

    October 26

    "Certezzamente" parlando

    Mi sembra squallido, ma così mi va oggi, che dopo 13 gg di silenzio torni a scrivere di politica, argomento notoriamente privo di logica  sillogistica o della benchè minima traccia di buon senso a prima vista. Il periodo si presta, diciamocelo, ed i motivi sono sostanzialmente riconducibili ad una unica parola: finanziaria.
    Come tutti sanno, la Finanziaria è una legge, una sorta di bilancio, che tutti gli anni il Governo deve redigere ed il Parlamento deve approvare, esattamente come nelle società di capitali...i motivi sono di buon senso, c'è poco da fare.
    Come tutti sanno, la legge, quale che sia, è ciò su cui si basa il nostro ordinamento (cosiddetto di civil law, diveramente da quelli di common law i quali danno una grande importanza alle sentenze dei giudici), ed è a grandi linee cogente, nel senso che in un modo o nell'altro la violazione della legge dovrebbe comportare una riparazione dello stato legale coattiva.
    Forse meno sanno, perchè è gergo accademico settoriale, anche se non tecnico, che il diritto dovrebbe essere certo, ossia tale per cui io, cittadino, con gli strumenti del codice e della logica, dovrei riuscire a prevedere le conseguenze di una mia azione...comunque, già i giuristi sanno che la certezza del diritto è una aspirazione, in quanto troppe cose (l'interpretazione della norma, l'attività del giudice, i rapporti tra i soggetti, etc etc) del tutto casuali rientrano nel ragionamento. Quindi, quale sarebbe il modo per dare una parvenza di prevedibilità al diritto?
    Sicuramente, una maggioranza Parlamentare forte e compatta servirebbe.
    Un Governo silenzioso ma efficiente altrettanto.
    Un Presidente del Consiglio altamente politico pure.
    Al momento attuale, non abbiamo nessuna delle tre cose in Italia...sia ben chiaro, anche avendole con il precedente governo di Centro-destra non si sono avuti risultati migliori, poichè molto dipende anche dall'atteggiamento delle persone.

    Ancora una volta, in modo inutile, mi trovo a pensare: cosa servirebbe allora all'Italia? Come evolverci?
    Una nuova classe politica? Certo
    Una nuova moralità pubblica? Assolutamente
    Un nuovo sentimento di missione politica non-messianica? Ci mancherebbe!
    Peccato che tutto questo sia ben distante, all'orizzonte
    October 13

    2 X 1

    Mi si vorrà scusare se coagulerò due interventi in uno, ma ho deciso di sfruttare una duplice idea che avevo. Non è detto che i due risultino esattamente collegati, anzi è fortemente improbabile che di primo acchito vi si noti un legame, ma non di meno la mente lo cerchi arrovellandosi su chissà quali teorie. Bene, è d’uopo sapere che l’unica concatenazione esistente è data dal giorno

    Le nuove ragioni del Comunismo

    Una piccola premessa, a mo’ di introduzione lessicale, al successivo intervento. Quando parlerò di comunismo, d’ora in avanti, mi riferirò non alla dottrina filosofico/politica elaborata da Karl Marx e Friedrich Engels nel XIX secolo (ossia, il cosiddetto “socialismo scientifico”) ma bensì alla ben più (tristemente) nota esperienza politica dell’Ex-URSS e delle Repubbliche Socialiste in genere (ossia, il “socialismo reale”): mentre infatti la prima, come ogni ideologia o dottrina in genere, è da considerarsi fallace o giusta nella sua interezza al di là di dimostrazioni empiriche, la seconda ha fallito su (quasi) tutti i punti che si era proposta, sfociando nella terribile esperienza totalitaria che è stata.
    Detto questo, il comunismo è morto, checché certi esponenti politici bipartisan di tutto il mondo dicano. La caduta dell’URSS ha “ucciso” solo quello tra gli Idoli della potenza, con buona pace dell’altro blocco risultante non solo migliore ma “eticamente giusto”.
    Si pone quindi un problema di fondo, classico quando si ha a che fare con il campo sociologico e culturale (l’unico in cui l’Umanità crei o inventi veramente…spiegherò nel caso qualcuno chieda) della riottosità dei “vecchi” e dei “giovani” ad abbandonare una definizione oltre ad una categorie di pensiero, contraddicendo nel caso di specie anche il più semplice assunto della dottrina di partenza di cui si fanno epigoni (lo Storicismo e, perciò, la progressione della storia). Cosa è un comunista ora? Quale è la sua teoria di riferimento?
    E’ chiaro che la “nazionalizzazione dei mezzi di produzione” non è più possibile. Si è dimostrata fallimentare nella migliore delle ipotesi, oltre che “disuguagliante”. Arroccarsi su una idea di maggiore volontà di redistribuzione della ricchezza non solo è desueto, ma non rappresenta di sicuro un carattere ipso facto connotante, tante sono le tesi e le istanze in tal senso anche da parte di chi “comunista” non si direbbe mai. E allora? Maggiore giustizia sociale? Vedi sopra. Maggiore tolleranza e comprensione per il diverso? Se ne hanno anche esempi ben distanti, per semplici ragioni di convivenza e buon senso. Quindi?
    Quindi perché non usufruire del presente? O meglio, applicare a vecchie categorie un aggiornamento modernista?
    La ricchezza al giorno d’oggi non è più solo fatta di risorse e denaro. È fatta di informazioni, di più disparati generi. Cultura, progresso, innovazione, tecnologia. Questo rende l’uomo di oggi ricco, non solo economicamente ma anche “spiritualmente”. Perché allora, superando di nuovo il vecchio concetto di “nazionalizzazione” (anch’esso ormai privo di significato…il maggior segnale della nascita di una comunità globale è l’esistenza di chi la denigra, ossia il movimento no-global) non pensare ad una “globalizzazione” accentuata, drastica, quasi “disumana” (o “transumana” come preferirei definirla, trasfigurante ed elevante) del sapere.

    Lancio una piccola richiesta a chi legge solo questo post (e saranno 2, forse tre persone, a cui chiedo di pubblicizzarlo per una volontà di confronto): superare anche la terminologia. Non il comunismo, o Comunismo, ma…
    il Condivisionismo

    Comunità

    Anche qui una piccola introduzione. Il giorno è lo stesso del ben più importante post precedente, perché per me ricopre un valore simbolico che, mi rendo conto, nella mia vita il “13” ha assunto (sono le 11:13 quando scrivo questo messaggio): oggi sono esattamente 7 mesi da quando ho lasciato una carica “organizzativa” nella community ondine di GdR da me frequentata, e 6 mesi esatti dal mio ultimo Log attivo.
    Cosa centra questo? Non sento quasi più i “vecchi” con cui parlavo allora (salvo rare e a me care eccezioni), quindi i rapporti sono stati interrotti, unilateralmente, in modo definitivo. Perché parlarne, quindi?
    Per un vezzo? Per una ossessione? Per senso di colpa?
    No, per riflessione.
    Fui, un tempo (2 anni fa circa…ma più corretto sarebbe dire 3 e mezzo, forse) irretito e persuaso da un pensiero preciso: la superiorità delle community online di GdR rispetto al classico party. Perché? Facile a dirsi: maggiore ricambio di persone, possibilità di “adeguamento” e personalizzazione più forte e, non da ultimo, attività creativa di gioco, gestione, regolamentazione e quant’altro accentuata. Non una manuale sic et simpliciter, ma un processo di adeguamento/modificazione che adattasse un vecchio fenomeno alle potenzialità della rete.
    Rimasi persuaso per lungo tempo, ed in parte, per uno “veterano”, ritengo l’esperienza sia da fare per gli stessi motivi.
    Non per un novellino o una persona immatura.
    La community online, proprio per quei vantaggi, è più difficile da gestire. Quasi impossibile, se non con “negoziazioni” forti e costanti fra varie anime, come in ogni associazione. Con la mancanza, però, del faccia a faccia.
    Cosa comporta, attualmente, il “faccia a faccia”? Non si è forse progredita, l’Umanità, attraverso le nuove tecnologie, tanto da superare queste (obsolete) categorie?
    Certo, si è evoluta, ma nel senso errato. Al posto che mantenere l’etichetta ed il buon senso della relazione “reale” (dove si è spinti da motivi di buon senso), la rete ha garantito a chi non apprezza dette regole (gli “immaturi”, tra cui mi ricomprendo, sia ben chiaro) o sarebbe portato a non rispettarle di deviare da esse, come se nulla fosse.
    Risultato? Ingestibilità se non in base autoritaria/monocratica. Cose che un party, con un master e più giocatori fisicamente presenti, non ha, se non per intrinseca incapacità del party di legare.

    Alla fine, questo post ha solo un senso. Ed è una dichiarazione di resa, o meglio un dar ragione ad una persona, che so non leggerà, riguardo ad una vecchia discussione.
    Si, Persona Cara, avevi ragione tu, ed io torto

    October 11

    V(I)

    14 giorni. Esattamente 14 giorni dal mio ultimo intervento. A questa velocità, effettivamente, sarebbe meglio chiudere il Blog...ma perchè eliminare l'eterno monito della propria inettitudine letteraria?
    La domanda non è sciocca come pare,
    ma non di questo oggi voglio trattare.
    E, caro lettore mio, nemmeno son momenti
    per affannarmi, indiavolarmi e accigliarmi
    sulla volubilità estrema degli argomenti
    e su come, all'improvviso
    di cento cose a dire
    nemmeno una abbia viso
    Comunque, voglia tu scusarmi,

    ciò che segue potrebbe allarmarti
    contraddire precedenti parole
    e stupire certe signore.
    Ma valuta bene il contenuto
    poichè niente ha due faccie
    come il velluto
    (stupidaggine in rima, di mia personale creazione)

    Sono sicuro tutti avranno notato quanto la contraddizione libertà/dovere mi sia cara. Continuerò su questo tracciato, oggi, con una tesi che potrebbe suonare scontata, e che sicuramente si presta da più punti di vista ad essere demolita sia adducendo la sua totale derivazione dalla mia educazione sia la sua possibile inesattezza logica. Per una volta, non sia mai che mi ripeta (e se lo ho già richiesto, gradirei che qualcuno me lo facesse notare), seguite i passaggi, prima acriticamente, per poi andare a sottolineare le incongruenze.
    Oggetto, e punto d'arrivo, della riflessione è come l'individualismo abbia generato "orrori inimmaginabili", quasi quanto il qualunquismo o il collettivismo; siamo chiari, la personalizzazione, l'esaltazione dell'individuo nel suo libero agire e pensare è cosa buona, segno di evoluzione e quant'altro, ma mina alla sua base l'attuale tipo di convinvenza "pacifica", probabilmente cronologicamente datato e da superare: la società.
    In effetti, individualismo, come anche uguaglianza formale/sostanziale e democrazia (e non sono per forza slegati questi elementi) significano che ognuno non solo può decidere cosa fare di sè, ma anche che ne ha i mezzi. Attuando i corretti comportamenti (che essi siano improntati sulla diligenza, sulla moralità, ovvero sulla mancanza di scrupoli per l'attuale discorso è irrilevante) chiunque potrebbe divenire il Presindente del Consiglio, il presidente o l'amministratore di un grandissimo gruppo finanziario o di una enorme impresa, indipendentemente da condizioni di partenza e percorsi. Certo, si può addurre che la cosa può risultare più o meno difficile, ma non impossibile.
    E questo, anche in totale mancanza di capacità.
    Per esemplificare: è noto che l'Alitalia sta per fallire. Perchè? Errori su errori di politica imprenditoriale. Eccessive assunzioni. Troppe commistioni con la politica. E questo perchè? I managment(s) precedenti non erano dotati delle capacità che servivano, evidentemente, e le situazioni non hanno aiutato a "sopperire" o tappare queste lacune.
    Ma cosa comporta questo? Che nella maggior parte dei casi, all'egida della propria libertà/autopoiesi, i ruoli importanti a qualunque livello sono mal ricoperti. Questo non vale solo per la politica, per l'imprenditoria. Anche per la famiglia, finanche per sè medesimi.
    Manca, forse, un gusto del dovere per il dovere. Meglio, l'onestà intellettuale di definire il proprio dovere. Ancora di più, l'onestà intellettuale per vedere, comprendere, riconoscere la propria "incapacità" relativa (nessuno è incapace in tutto) e, da essa, derivare la propria posizione non "umana" (io, studente di giurisprudenza, sono ho lo stesso valore umano di un senza tetto, di un assassino e persino del Papa) ma "deontologica".
    Ma forse il discorso è inutile. Forse si basa su un errore di fondo che è mio ma, per egocentrismo imperante, estendo agli altri.
    La scomparsa della dicotomia sfera sociale/sfera umana, quasi che, in un enorme calderone, il proprio valore umano (emotivo, e razionale) si fonda con quello sociale (economico e di status) e quello pragmatico/pratico (dell'azione e della morale)
    September 28

    Childhood's End

    "Che stupidaggine"
    Sarebbe lecito che alla fine del primo paragrafo di questo intervento, i lettori, non conoscendomi, pensassero una cosa simile: il punto di partenza sarà infatti frivolo, per poi dipanarsi in una - modesta - riflessione a mio parere ben più profonda sul valore della televisione, pubblica o privata che sia, in particolare nei confronti dei più "piccoli".
    Ma da cosa voglio partire oggi? Da una constatazione: dopo 7 anni di assenza, Mediaset ha deciso, da un mese a questa parte, di trasmettere l'ultima stagione di un Anime (confido bene o male sappiano tutti che si tratta dei "cartoni animati" giapponesi, per semplificare) molto apprezzato, anche in virtù della raffinatezza dei disegni: Cardcaptor Sakura, ovvero un classico - anche tra i manga - di un famoso studio artistico, quello delle Clamp. La serie, di cui i fans italiani pare aspettassero da molto la conclusione (già pronta nel 1999) è ora in onda su Italia 1, sotto il nome di "Sakura, la partita non è finita", ed è prossima alla conclusione: difatti, Lunedì a rigor di logica avrebbe dovuto esserci l'ultima puntata.
    Purtroppo, il palinsesto Mediaset da lunedì prevede una nuova serie, qualcosa che ricorda i Transformers (altro anime, del tipo "robottoni alieni"). La serie, quindi, rimarrà incompiuta, lasciando in sospeso l'ultima puntata, proprio quella che avrebbe dovuto giustificare il lungometraggio (Cardcaptor Sakura: The Sealed Card) che il pubblico italiano invoca a gran voce (o almeno, lo fanno gli interessati).
    La domanda che mi sorge è: perchè questa scelta? Mediaset è "all'avanguardia", a prima vista, nella trasmissione di Anime, seguita da MTV che invece si è specializzata nella trasmissione di serie più "concentrate" (Cowboy Bebop, Neon Genesis Evangelion e da ultimo Full Metal Alchemist) fortemente attese e creanti un primo fenomeno di otaku (semplificando ancora, i nerd giapponesi) in Italia. La Rai, nemmeno a dirlo, è segregata su posizioni arcaiche, trasmettendo qualcosa solo la mattina, per altro serie scadenti copie di copie di ben più famosi filoni (mi riferisco alle recenti Pretty Cure che ricordano Sailor Moon per i più esperti). Ma non è tutto oro quel che luccica.
    Mediaset è famosa, tra gli "esperti" (non denigrateli: sono si degli "asociali" secondo un luogo comune, ma hanno una percezione dei moti sociali molto intuitiva e stimolante), per l'attività censoria e selettiva sulle serie: a fronte del "wide open" rispetto alle serie americane, di cui poi viene chiesta la censura (si vedano i Griffin, o South Park) per i contenuti "forti", nonchè del totale rigetto dell'animazione made in Italy perchè, sicuramente, meno coagulante di pubblico, sulle serie Anime persegue una politica di traduzione e messa in onda solo di quelle aventi successo "in patria" o in altri sistemi più simili al nostro (leggasi: UK e USA); una cosa certo sensata, poichè essendo una impresa privata alla cerca di profitti (come è giusto che sia) ha interesse solo a serie "di successo", e non ad una sorta di animazione d'essay in Italia impossibile, vista la resistenza culturale ad ammettere che anche i "cartoni animati" (ed aggiungo i fumetti) possano avere un valore artistico/pedagogico e soprattutto una target diverso da quello infantile/adolescenziale; una cosa che però non giustifica le pesanti censure spesso apportate non solo alle puntate (si pensi a Lamù la mattina) o, peggio, ai dialoghi (
    Slayers, in Italia meglio noto come "Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo", è stato completamente stravolto nel senso dei dialoghi, eliminando riferimenti a morte, sangue e, udite udite, mestruo). Si aggiunga la pratica di "tagliare le serie" (di cui sopra per Cardcaptor Sakura) lasciando i fan a bocca aperta.
    Certo, per Mediaset, la Rai ed MTV (che però non sottostà completamente alla succesiva critica) le serie sono del tutto fungibili...allora perchè tagliare, visto e considerato che non esistono "limiti inderogabili" ma solo possibili vincoli di sospensione, causa eventi di particolare rilievo (le Olimpiadi, per dire)

    Finito il primo capoverso, passo al punto dolente: la resistenza culturale cui prima accennavo.
    In Giappone, e pare anche in America, viste le apertura in materia di Cartoon Network, all' Anime viene riconosciuta una maggiore importanza, un valore simbolico ed anche "sociale" di trattazione di temi che nessuno si scandalizza a veder rappresentati nei film (la sessualità, la morte, i cicli biologici, e non dimentichiamo "i dolori adolescenziali werther-style"). Nella "Vecchia" Europa, invece, una tale apertura non arriva, anzi le serie più all'avanguardia (tra tutte, Neon Genesis Evangelion), sono recluse in una rete chiaramente rivolta solo a giovani e giovanissimi, tra l'altro ad ora che non può dirsi "pienamente protetta" e con Disclaimer. Giustissimo, per carità di Dio, i piccolissimi devono essere protetti dalla visione di certe scene (Inuyasha, per dire, non si risparmia in fatto di sangue ed ammazzamenti) ma non dalla trattazione di certe tematiche in ambienti loro più confacenti. Ed ecco che torna l'esempio di Cardcaptor Sakura, dove il fratello della protagonista ha una chiara relazione più-che-amicizia con un altro ragazzo, che corrisponde i suoi sentimenti, ma che la versione italiana non ha omesso nelle scene (quasi impossibile) quanto nei dialoghi.
    Avvicinare un giovanissimo (ed ora parlo di inferiori di 10 anni, perchè fortunatamente già dall'età superiore si rompono le eccessive protezioni) ad un tema come quello dell'omosessualità, per rimanere nell'esempio, porterebbe non solo alla possibilità di meglio vivere la propria sessualità, ma anche di meglio tollerare/capire/essere indifferente alle scelte in materia altrui. Ed è una fandonia che per emulazione devierebbe la moralità (e la sessualità) del bambino.
    Quindi, alla fine del discorso articolato e spero comprensibile, mi chiedo: alla morte della TV pedagogica (bah) è seguita la nascita della TV bigotta e protezionista?

    September 19

    Da grandi poteri...

    ...derivano grandi responsabilità.
    Ovvero, come la via giusta non fosse quella della Fallaci, ma quella di Peter Parker.

    Mettiamo in chiaro una cosa: il mio atteggiamento è decisamente tendente all'anticlericale. Si, come modo di approcciarsi al mondo è anacronistico, ma la mia educazione (ed il mio personale pensiero sulla religione) non possono che portarmi a questo, forse meglio definibile come "anticurialismo".
    Da qui partimo a parlare senza peli sulla lingua su ciò che è recentemente successo: il Papa, durante una conferenza a Ratisbona, ha citato un frase di un imperatore romano "insolente" per l'Islam che non corrispondeva al suo pensiero. Questo ha tenuto a sottolinearlo, e posso anche credere che sia vero (anche se tra le centinaia di citazioni possibili sull'Islam non capisco perchè sia andato a scegliere proprio una difforme dal suo modo di vedere); comunque, ciò che ha detto ha fatto breccia nel cuore tanto dei mussulmani radicali, quanto di quelli moderati che dei sempre più diffusi Teo-con e "cristiani militanti" (tra cui vediamo anche dei leghisti? cosa strana, ma non illogica, vista la storia del partito...ma sorvoliamo).
    Meglio: ha sollevato un vespaio che sembrava essersi in parte "calmato" ieri (come era calma la guerra fredda sia chiaro) con l'accettazione delle scusa/non scuse da parte almeno di quella parte dei mussulmani si Islamici ma più interessati ad altre questioni (vedi Hamas, la cui principale battaglia è nazionalista).
    Ma la Curia di Roma non può dimostrarsi debole, come intelligentemente dice Eymerich nei libri di Evangelisti: non avendo più un organo combattente diretto, nell'epoca dei media quale è il modo per non battere alla ritirata? Sottolineare come la polemica sia stata solo pretestuosa, come le affermazioni del Papa fossero giuste (e comunque difformi dal suo pensiero) e continuare con questo stupido gioco del "si mi scuso ma avevo ragione io" (di nuovo, sia chiaro, da ambo i lati).
    In mattinata, si aggiunge, che i principali giornali di "destra" italiani (ma la destra non aveva smesso di esistere in Italia a favore del centro destra? Mah, intanto i neo-nazi in Germania superano lo sbarramento e sono rappresentati nel parlamento di un Lander), oltre a difendere a spada tratta il diritto di espressione del Papa, osannano la "Via di Oriana", ossia la Fallaci dell'ultimo periodo, quella che per la propria storia personale aveva sviluppato un concetto (sottolineo: a mio parere) distorto dello scontro di civiltà, esasperato al punto da avere connotazioni apocalittiche.
    Ed il gioco "comunque, avevo ragione io" continua.

    Ma la tesi da dimostrare con questo scarno testo non era che nel mondo moderno nessuno ammette le proprie colpe, tanto meno fa marcia indietro. Ora, sono perfettamente d'accordo che chiunque ha libertà di espressione senza alcun vincolo privato. Sono anche d'accordo che la Chiesa possa difendere le proprie ragioni con i mezzi di stampa, di pubblicità e tutto il resto. Ma sottolineo, da un maggiore potere deriva una maggiore responsabilità.
    Perchè, se perfettamente tutti sanno che parte degli interlocutori di questa faccenda sono degli attaccabrighe, nessuno si è posto il problema iniziale di evitare di accendere un incendio, e far collimare la propria idea con la responsabilità civile che riveste?

    September 14

    Any Day Now, I Shall Be Released (ovvero, nulla è inevitabile)

    Ritorniamo con un inusuale riferimento a Bob Dylan, ottimo assist per iniziare un cortissimo discorso che da un pochetto mi assilla.
    Per iniziare, per i meno "inglesofoni", la frase protrebbe essere tradotta con "In ogni momento da ora, sarò liberato", intendendo una liberazione morale, intellettuale...qualcosa di simile a "essere sollevato".
    Ma a cosa si riferisce? Non conosco per intero la canzone di Dylan (che non apprezzo eccessivamente come musicista), ma posso godere del significato simbolico che essa ha: nella mia mente, è la frase di chi, prossimo a dover prendere una decisione, si trova nella semplificante situazione di dover seguire un dettame.
    Spieghiamo meglio, poichè il discorso ha qualcosa di somigliante ad una organicità: finchè rimaniamo nel campo del volitivo (poichè in fisica, allo stato attuale della scienza, esistono ancora elementi presunti necessitati), nulla è obbligato. Chiunque può scegliere, in qualsiasi momento, cosa fare. A poco vale rifugiarsi dietro al "no, esistono leggi da rispettare". E' una presunzione futile, significativa di una mentalità chiusa, se non corredata della specificazione "per vivere in modo sociale": potrei decidere, conscio delle conseguenze, di rubare, uccidere, smettere di studiare, fare ogni cosa che "il dovere" o "la legge/la morale" ritiene scorretto, senza che nessuna coercizione fisica irresistibile potesse impedirmelo.
    Ed è qui il punto dolente, cosa per altro nota a tutti e da lunghissimo tempo patrimonio della consapevolezza umana: le scelte fanno paura. Ogni legge o regola è un modo di semplificare il caos dando ordine, imponendo la necessità/inevitabilità dove tutto è aperto: sostanzialmente, è un modo per evitare a chi non redige quella norma (poichè solo costui fa una scelta) di dover scegliere, se non nella limitata cerchia dell'ortodossia/eterodossia.
    A poco valgono quindi, certe presunte affermazioni assolute di coraggio nell'adeguamento ad un dettame; per esemplificare, parliamo dell'aborto che pare esser tornato di moda da qualche tempo a questa parte: la ragazza madre, che decide di non abortire non per una scelta lungamente ponderata, ma perchè "ogni figlio è un dono di Dio" (e quindi rifacendosi ad un dettame) semplicemente decide di rimandare l'assunzione di responsabilità a momenti successivi, nella speranza (a parer mio vana) di poterla eludere. Ma simile si può dire di chi molte cose, anche di chi parla di "tasse ingiuste" o "ingiuste leggi del mercato".
    Ora, ho gettato le basi di quella che doveva essere la mia tesi, che rapidamente espongo (poichè chi ha seguito il discorso, subito la capirà; chi non lo ha seguito, probabilmente, si è fermato a criticare qualche affermazione incidentale): il cinismo è uno dei più grandi regali facilitatori che l'uomo potesse farsi.
    Mettere in dubbio tutto, ogni cosa, negando ogni "centro di gravità permanente", tanto da spingere alla estrema inerzia di riconoscere in tutto il trucco, la beffa, l'inganno, altro non fa che far entrare il Necessario nel volitivo all'infuori della legge.
    Il cinico puro, estremo come solo il tempo nostro sa dare, non è diverso dal dogmatico, poichè al momento del relativismo non fa seguire il momento della tensione alla prova, della scelta, fra le possibilità, della congeniale/pretesa giusta.

    August 17

    Dovere e Libertà

    E' strano tornare a scrivere dopo tanto, un mese esatto, dal mio ultimo intervento. E' ancor più strano considerare che fino a pochi giorni fa la voglia mi era passata, invece ora è tornata prepotente, in relazione ad un umor nero che stamattina mi assiste. Sarebbe imbarazzante spiegarlo nel dettaglio. So che tanto si capirà.
    Parlando per massimi sistemi, stamattina mi si ripropone un dilemma che è alquanto vecchio nella mente umana, tanto di chi "mastica filosofia per vivere" quanto di chi "si procaccia il pane per vivere": tutti, nel bene o nel male, con autocoscienza o meno, ci troviamo costantemente di fronte al dilemma del Dovere o Libertà.
    C'è chi ha risolto senza tanti scrupoli questa dicotomia, segnando una strada precisa e sicuramente "socialmente utile" (l'etica del dovere di Kant), c'è chi ne ha ravvisato un elemento problematico che esiste di certo, ma mi pare riguardare un momento successivo (l'angoscia della possibilità di Kirkegaard, per i profani ripresa anche dagli autori di Evangelion), ma nessuno a mia conoscienza, se non le religioni in maniera dogmatica, ha risolto il conflitto tra i due termini in maniera...apprezzabile.
    Ogni uomo moderno "occidentale" ha l'alto valore della libertà: della libera autodeterminazione e del libero arbitrio, se vogliamo usare i due termini più in voga. Ogni uomo moderno "occidentale" è il frutto del processo di secolarizzazione, di rielaborazione della cultura classica e cristiana che ha portata a sostituire al mondo necessitato dello schema di Dio, l'esistenza libera nelle leggi della natura dell'empirismo e dell'illuminismo. Ogni uomo moderno "occidentale" ha nel proprio bagaglio anche le riscoperte successive della metafisica e dell'"alto dovere", ma vive nella sostanziale certezza del "finchè non danneggia altri, posso fare tutto".
    E' di fronte agli occhi di tutti che nessuno è una isola solitaria. Secondo la teoria del Caos, ogni azione ha un effetto a domino sul resto del mondo. Qualsiasi cosa, anche la più stupida, può provocare una catastrofe se tutto si infila nel verso "giusto". La probabilità, che è quasi la versione fisica e matematica della libertà indeterminata, domina il mondo.
    E' perciò altrettanto chiaro che in astratto ogni azione può danneggiare altri. Che ogni azione, non essendo possibile prevederne con assoluta certezza le conseguenze, ha un motore di puro egoismo neutro genericamente definibile come "voglio (ho la libertà di) farlo e lo farò". Ed è altrettanto chiaro che l'egoismo neutro si ciba di se medesimo, delle paure e delle gioie di ogni persona, divenendo forse il cardine della libertà pura di un singolo soggetto.
    Nondimeno, è chiaro ai più, a tutti, a nessuno, che il dovere rimane. Non è solo la società che comporta il dovere, come il Dio era in epoca medioevale. Noi creiamo i nostri doveri, nella nostra libertà che è anche limitazione di noi stessi. I nostri doveri che sentiamo, mettiamo a tacere e ci vengono ricordati o rinfacciati dalle parole o dal silenzio degli altri.
    Bisogna scegliere, alla fine: dovere o libertà? Ogni cosa ha questo dilemma.
    E se dovere è sempre stato, che dovere sia.

    July 17

    Anacronismi

    Questo sarà con tutta probabilità l’ultimo intervento prima di una lunga pausa. Dopo lo studio, gli esami (ultimo appuntamento il 21) e la “vita quotidiana” estiva, andrò in vacanza.
    Non di meno, non mi pareva il caso di congedarmi con quell’obbrobrio che è stato il mio ultimo scritto, e quindi…


    Il Corriere di ieri mi da ulteriore spunto, mettendomi a conoscenza di un fatto che ignoravo: la “manifestazione autoconvocata” dei pacifisti, presieduta da Gino Strada (in collegamento da Kabul) e dagli 8 senatori “dissidenti” che sono intenzionati a votare “no” al rifinanziamento delle truppe italiane in Afghanistan.
    Ora, devo ammettere che l’articolo mi ha messo i brividi: il capo di una presunta “organizzazione umanitaria” che dice che il “pacifismo è finito, bisogna creare un movimento contro la guerra” mi fa spavento.
    Una domanda lecita sarebbe “perché dovrebbe fare spavento una cosa simile? Pacifismo è andare contro la guerra, no?” No, cari miei. La forma è sostanza, negli slogan,  e chi faccia attività pubblica (e goda di un certo seguito, come il suddetto signor Gino Strada) lo sa perfettamente: esattamente come il movimento pacifista non si è sempre connotato come non violento, un movimento che parta da un dato non positivo ma negativo (contro la guerra) non potrebbe che darsi ad una forma di battaglia, certamente civile, ma dalle intrinseche implicazioni violente.
    Sarebbe “contro la guerra” il movimento di chi sabotasse un aereo di rifornimenti militari? Certo, la guerra si fa con gli armamenti e le altre attrezzature, quindi tagliando i rifornimenti si andrebbe contro la guerra. E questo solo per fare un esempio di quanto una cosa simile, anche se mero nomen, potrebbe portarsi dietro.
    Oh, ma certo, Gino Strada non è solo, se no sarebbe un fenomeno contenibile. Beppe Grillo definisce la guerra una “operazione di marketing” (complimenti per il cattivo gusto e la incapacità critica), Dario Fo, abbracciato a Franca Rame, afferma che “leggendo le cifre per la guerra gli viene il vomito” (no, non esiste una guerra buona, ma esiste una guerra necessaria: quella che l’uomo, da che mondo e mondo, ha bisogno di fare per difendersi, o per affermare se stesso), il segretario dei Cobas, Bernocchi, dice che dovremmo essere grati alla resistenza afgana, irachena e palestinese perché senza di loro non esisterebbe il movimento contro la guerra, per poi scagliarsi su Israele (bravo, vediamo il mondo da un solo punto di vista,  tanto impegnarci un pochino di più è una fesseria).
    Ma che concetto di pace, o di antagonismo alla guerra, propugnano questi signori? Questo mi viene da domandarmi, in tutta franchezza.
    Un’idea di pace non politically-correct, perciò solo in barba al qualunquismo imperante ed imperativo? Ma non mi pare proprio.
    Un’idea di pace universale, alla christian way, dove tutti hanno ciò che gli spetta? Oh, che scemenza, non credo sarebbero d’accordo che si accennasse anche solo alla possibile vicinanza ad idee cristiane.
    È una idea fanatica di pace, che si basa sulla prevaricazione dell’altro. Gli USA e Israele, come il governo che vuole mandare in Afghanistan le truppe, sono per loro il motore della pace, perciò il nemico contrapposto da annichilire nella sua ideologia. Che ci sia un frammento di verità in quello che dice, o peggio ancora un frammento di buon senso, non gli importa minimamente, la cosa che conta è demolirlo, sconfiggere il demonio e schiacciarlo sotto lo splendente sandalo della supremazia morale. A costoro non servirebbe una lezione di storia, ma un corso intensivo dalle elementari fino ai giorni nostri, per vedere dove si è smarrito il loro raziocinio, l’eredità che tanto elevano a vessillo del giusnaturalismo (i più colti parlano di guerra contraria al principio supremo di vita e giustizia…) e dell’Illuminismo razionalista, senza parlare di quello empirico di cui evidentemente mancano completamente.
      Una nota finale, indirizzata ad un uomo preciso: il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’avant-garde del PCI quando ancora i Comunisti esistevano, colui che ha visto lungo e sfruttato al meglio la proprio mente di essere umano quando, anche con le dovute “riserve”, il partito italiano stava su una visione oltranzista, ha definito, in modo a mio avviso ironico, “anacronistiche” le posizioni della sinistra radicale.
    Grazie, Presidente.
    Le sue parole, in mezzo al ciarpame di questi altri “nuovi vecchi”, sono un balsamo per le mie orecchie.

    July 14

    Il diritto di difesa

    Questo intervento sarà un po' atipico, poichè coagulerà 2/3 argomenti tutti riconducubuli alla dizione generica del titolo. Per semplicità, li dividerò in due paragrafi.

    I giornali di oggi mi riportano la notizia che gli scioperi dei Taxi sono riniziati, sull'onda della rottura delle trattative con gli esperti del Ministero dello Sviluppo Economico (grande stima per Bersani, grande odio per la denominazione...sembra una organo dirigista -.-). Similmente, l'assemblea tenuta ieri dalla Associazione degli Avvocati, oltre a criticare il giuslavorista Pietro Ichino (anche editorialista del Corriere) per la sua richiesta al governo di misure più radicali sulle professioni legali, ha all'unanimità deciso che ogni "proposta di abolizione della tariffa minima è controproducente solo per gli utenti". Insomma, dal uadro che si vede oggi è chiaro che ognuno esercita il la difesa dei propri diritti quesiti in maniera...come dire, assai poco "diplomatica".
    Infatti, studiando un attimo le forme di protesta, notiamo esempi da far accapponare la pelle, anzi, veri e propri illeciti passibili di sanzioni (che si spera arrivino): i taxisti scioperano a singhiozzo senza avvisi preventivi, mentre gli avvocati saltano le udienza: in questo modo gli uni vengono meno alla norma per cui, in caso di servizio pubblico, lo sciopero è sottoposto ad avviso preventivo di 7 giorni (per tutelare gli utenti e renderli in grado di arrangiarsi), mentre gli altri dilazionano i processi (secondo il principio del contraddittorio, l'udienza può tenersi solo alla contestuale presenza dei legali, poichè le parti possono essere contumaci).
    Non paghi di questa beffa, i primi garantiscono le "corse urgenti" (perchè se tua moglie sta per partorire chiami un taxi...oppure, se hai avuto un incidente, chiami un taxi; suvvia! le corse urgenti saranno quelle a chi si mette a offrire surplus sulla comune tariffa), i secondi intanto garantiscono il "lavoro d'ufficio" (quello in studio), continuando a percepire l'onorario per esso.
    Insomma, scioperi non scioperi, che non per forza comportano una "lotta sociale sostenuta sacrificando il proprio profitto", ma che, essendo come tali percepiti, sono così definiti.
    Un Urrà ed un Evviva a chi ha deciso che, in fondo, per il bene di tutti e meglio mantenere tutto immobile (ed incredibilmente, per una volta non è il governo)


    Secondo profilo problematico, Israele. Ho letto stamane su un paio di noti blog "di sinistra pacifista" che l'Israele di Olmert è un guerrafondaio, sostenitore della politica della guerra preventiva della Neo-Con way.
    Sarei curioso di sapere se costoro, e chi in Parlamento li rappresenta, sanno di cosa parlano. Israele è in guerra, ragazzi miei, non solo con la Palestina ed Hamas, ma con una serie di "avversari invisibili" che lo circondano.
    La reazione di Olmert è giustificata e giustificabile.

    July 09

    Il mito del "presidente di tutti"

    NdJ: Per via del flop del precendente intervento, autorevolmente fattomi notare da chi a tutta ragione ha sottolineato come la materia non sia esattamente tra quelle che tratto meglio, eccomi tornare alla politica, mia Madre e Padre

    I giornali e i Tg hanno fatto una gran fanfara del viaggio di Papa Benedetto XVI in Spagna, a Valencia. Cosa buona e giusta, considerando quanto le vicende della Chiesa di Roma interessi agli italiani. I Tg e i giornali, in maniera alterna, hanno dato una certa rilevanza anche ad un altro evento, inaspettato e dal canto mio "gradito": la decisione del Primo Ministro spagnolo, Zapatero, di non partecipare alla messa presieduta stamane dal Pontefice Romano.
    Ora, pare che Zapatero abbia fatto un affronto alle regole di "politica internazionale", nonchè della buona educazione, nei confronti di un ospite. Pare che Zapatero, similmente, non si interessi di quel "94%" di spagnoli totalmente cattolici che se ne hanno avuto a male per questo evento. Insomma, pare che Zapatero sia un leader con manie suicide politiche, dimenticando nel nulla come "coagulare voti" cattolici.
    Non ho ancora letto i giornali di oggi, dove più importanti esponenti del mondo culturale, politilogico e filosofico analizzeranno la questione e ne trarranno le proprie conclusioni. Perciò, mi limito a dare una interpretazione estremamente grezza e scontata, da bravo "profano": quella per cui, ben lungi dall'essere un atto volutamente offensivo o provocatorio, Zapatero si è solo comportato secondo coerenza.
    Il programma del suo partito, prima e dopo le elezioni, era ed è stato chiaramente improntato su un laicismo in matrice, udite udite, liberale. Coppie di fatto, ricerca sulle cellule embrionali, tutti tabù che nel nostro Paese (che viene definito meno cattolico, per uno strano scherzo lessicale) dividono i "cattolici" dai "laici", dimenticandosi naturalmente di componenti estranee a queste dicotomie (la Associazione Italiana Mussulmani è contraria alle coppie di fatto, mentre -piccole- frange del mondo cattolico -anche ecclesiastico, pensate- si stanno aprendo all'idea, dimostrando una ben maggiore adeguatezza ai tempi di certi superiori). Chi lo ha votato, e non saranno stati tutti "convertiti dell'ultimo momento" (ricordiamo che l'ascesa di Zapatero è stata, quasi sicuramente, dovuta alla pessima gestione degli attentati di Madrid da parte di Aznar), avrebbe dovuto tenerne conto, e anzi sono certo lo abbia fatto.
    Una politica simile da Zapatero era quindi sottointesa, ma questo non spiega l' "affronto" al Vicario di Cristo in Terra.
    Ciò che spiega la reazione è, semmai, l'affronto di questo a Zapatero.
    Mi spiego di nuovo: il Papa va in Spagna, ufficialmente, anche per una visita di Stato (o almeno così deve essere, mancando se no i requisiti necessari perchè quella di Zapatero fosse una "offesa di governo"). E' buona norma, quando vai da un ospite, non criticarne l'operato, non arroccarti sulle tue posizioni, nemmeno a domanda diretta.
    Zapatero ha risposto come di dovere, comportandosi da Laico e volendo anche seguendo un dettame indiretto della Chiesa (di recente si è parlato di scomunica anche per chi ufficializza le coppie omosessuali). Ha svolto il suo compito di presidente di coloro che lo hanno votato, che hanno appoggiato un certo programma di governo ed un certo think tank di sapore socialista che manca tanto in Italia.
    Pertanto, più che azione offensiva, parlerei di gesto logico e dovuto, a disprezzo delle ben più politically correct (e populiste) apparizioni alla messa di Fidel Castro

    July 06

    La scala orizzontale

    Non so se, a chi legge, è capitato di vedere TRL su MTV di recente...nemmeno so, a dire il vero, se chi legge vi ha assistito per puro caso o per "assidua frequentazione".
    Comunque, in questi giorni ho avuto questa infausta occasione, ossia quella, durante la preparazione del pranzo e della cena (riti assai catartici, come tutti quelli legati alla gestione "casalinga" potendolo fari come diversione "utile" dallo studio) di assistere a puntate direi in replica.
    Normalmente, ho liquidato la classifica come "brutta" (per non apprezzamento della musica) ed il fenomeno come "a me particolarmente lontano" (i bagni di folla...bah!), perciò mi sono spesso limitato solo ad ascoltare una frase qua e là intento nei miei preparativi. Ma tra ieri e oggi ho voluto stare più attento, soprattutto ad alcuni testi, video ed interviste.
    Quello che mi ha colpito è stata la mancanza di buon senso tipicamente "demagogica", e sia chiaro, non intendo con questo "giovanile".
    Sono stato anche io un afficionado di MTV e, ancora prima TMC2. Apprezzavo la musica, allora, ma soprattutto la verve dei VJ, non nego (ancora Robby Gentile e La Lucia di Coloradio nel cuore): perciò, per quanto ora mi metta in cattedra, sicuramente non sono stato sempre esente da critiche...ma, ma, è col senno di poi che si notano le cose, anche se in modo ipocrita.
    Ma torniamo al punto. Ho ascoltato con attenzione l'attesissimo duello Finley vs Mondomarcio, che mi ha anche non poco deluso (possibile che l'originalità sia morta? Sono copie di fenomeni di incassi d'oltreoceano dotati della "conoscenza della lingua"), analizzato il testo con un minimo di cervello, e poi deciso di suicidarmi con l'intervista.
    Alla domanda "ti senti di rappresentare una generazione che non ne può più di questi insegnanti e politici che vogliono insegnare" il rapper nostrano (ARGHHHHH!) ha risposto con uno "stilosissimo" uno-due a tre dita che non bisogna insegnare ma far ragionare.
    Evidentemente il soggetto in questione SA ragionare (soprattutto la sua produzione è particolarmente brava a ragionare sul suo possibile target e marketing, viste le folle di ragazzette e ragazzetti urlanti), peccato che nel suo rifiuto dell'insegnamento non ha strumenti idonei a farlo arrivare oltre l'uno-due. Frase banale, scontata, sociologicamente ed empiricamente errata. Naturalmente in barba a coloro che insegnano non per puro "gusto di prevaricazione" (non mi convincerete mai che anche il più rigido e stronzo insegnante vive solo di questo) ma rispondendo ad un valore, un principio, per non dire, cazzo, un presunto diritto di ciascuno, alla cultura e di converso alla apertura mentale (non si vive di solo pane, nè di sola socialità)
    Questo mi aveva demoralizzato ieri. Oggi la botta finale. Carmen Consoli. Dico, Carmen Consoli. Non parliamo di una 20enne magrissima e platinata che fa foto sorridendo sotto chili di trucco. Parliamo di una cantautrice. Una che è stata paragonata a De André.
    E Carmen Consoli cosa dice? Che il problema è questa "scala di valori verticale", per cui sei qualcuno se occupi una posizione.
    Certo, il mondo è bianco o nero.
    Anzi, tutto nero, tranne il faro della gioventù, e non è la gioventù di oggi che fa il domani (sempre e comunque, per altro...perchè la vita umana ha un termine inevitabile) la quale, convincendosi di simili visioni cupe, pessimiste ed antagoniste, non fa altro che operare poi una ripetizione di quello contro cui protestava.

    Ragazzi, se leggerete...si, voi, tra i 14 ed i 20 anni...vi prego, rispondetemi, e fatemi capire che quelle sono posizioni personalissime che non infervorano i vostri cuoricini ribelli.

    July 04

    Il Dubbio

    E' strano come la voglia di esprimere un opinione venga, il più delle volte per chi è "bastian contrario" come me (o almeno, che come me è stato spesso definito in tal modo), solo in negazione, in contrasto con un'altra posizione.
    Vediamo un po' con cosa ci alletta la giornata. Dopo la mia (prima) ora di studio mattutina, mi reco a far la spesa e a comprare i giornali, da "brava casalinga" che sono. Giunto a casa, decido di concedermi ancora una piccola pausa (perchè la testa, oggi, proprio non va) e mi leggo le due testa di ampia diffusione nazionale che sono solito comprare. Tra una partita della nazionale e uno sciopero (illegale) dei taxisti, trovo un aritcolo che attira la mia attenzione, una dissertazione sul Dubbio come life-style e come vizio della società post-moderna.
    Ora, l'assunto dell'articolo (o meglio, dello spunto da cui era tratto l'articolo) è che nella società post-moderna (NdJ: quella in cui viviamo) il Dubbio ha assunto una funzione talmente fondamentale da essere base delle nostre costruzioni mentali, poi ammantante di certezza con un procedimento logico decisamente privo di buonsenso o razionalità:
    fin qui, siamo sul piano della condivisibilità, non nego; il problema è dopo.
    Da questo assunto, infatti, si passa a dire che il Dubbio è causa di un male assai peggiore, ossia la sfiducia negli altri e nella vita, insomma motivo di nichilismo (post-moderno, appunto) e genericamente dissoluzione della società.
    Vergogna! Bestemmia!
    Detto autore, che non cito perchè troppo codardi di esser confrontato, sul piano intellettuale e filosofico, con la sua auctoritas, confonde in maniera sin troppo palese causa ed effetto, oppure, e la cosa sarebbe anche peggiore, rende il proprio ragionamento scorretto per una convinzione personale: infatti, dal Dubbio (che è semplice non assunzione a certezza di ogni fatto a prima vista) non deriva necessariamente una "presunzione di colpevolezza" o una "sfiducia in tutto e tutti", ma solo la necessità di indagare oltre. L'occhio indagatore che tale voglia definirsi poi dovrebbe basarsi sui fatti, non sulla persuasione del suo animo, che da elementi del tutto erronei potrebbe derivare.
    Quindi, insignissimo professore, stia attento: il suo nome, per quanto Preclaro e Dotto, non le impedisce, nel Dubbio, di commettere errori

    June 27

    Alla forca!

    Nel Day After del referendum, che ha portato alle urne molti, molti più italiani di quello che pensassi e ha decretato il rifiuto della ultima riforma della Costituzione, avrei voluto gioire, inalzare le braccia al cielo e dire "ciao" al Paradiso, ma l'uomo razionale non può lasciarsi andare a queste manifestazioni di gioia "so vulgar" e deve continuare sulla propria strada. E così, avrei voluto fare un intervento sulla necessità di ripartire, eleggere una nuova assemblea costituente e tacciare tanto chi ritiene che la sinistra sia "una manica di conservatori", quanto chi, con mio grande rammarico e eccheggiando Rousseau, dice che "i Padri Costituenti erano migliori di noi".
    L'uomo razionale questo avrebbe fatto, agendo secondo uno schema preciso e meticoloso, politicamente e architettonicamente strutturato tendente ad un unico fine: il rinnovo secondo ragione.
    Ma io non sono un uomo razionale, nè relativista, come ho avuto modo di attestare tempo addietro. Per questo, rivolgo io mio occhio critico ad altro, avendo visto un'aberrazione intellettuale cui pare le sottoscrizioni non manchino.
    Mi riferisco all'iniziativa "Parlamento pulito!" presente sul Blog! di Beppe Grillo.
    Cappello introduttivo: per quanto negli ultimi 10 anni la sinistra si sia connotata di una nuova accezione "libertaria" (che, secondo Berselli, deriva dal fatto che la regione fisica in cui il "comunismo" è più forte ha subito storicamente una influenza fortissima del movimento anarchico), ogni tanto le forti tendenza forcaioli o "antagoniste", per usare un termine orrendo, si fanno sentire. Anche in contrasto con la Costituzione che è stata elevata a vessillo nel periodo più recente. Capisco che chi leggerà non avrà grossa dimistichezza con alcune tematiche che tratterò, prego di seguirmi, sarò il più semplice possibile.
    Svolgimento: si lamenta, in quel blog, che nel nostro Parlamento ci siano troppi condannati in ultimo grado. Probabilmente, ad accuire la lamentela è il fatto che la maggior parte sia nel centro destra, e solo 2 siano del centro sinistra. Ora, la polemica è pretestuosa ed infondata costituzionalmente.
    Prima di spiegare in via generale perchè la base stessa di questa polemica non abbia senso, tocchiamo i punti più "piccoli"
    "Biondi Alfredo reato poi depenalizzato (FI)"
    Questo signore, che non conosco, è stato condannato in ultimo grado immagino, o comunque con sentenza definitiva passata in giudicato. Ma il reato è stato poi depenalizzato. Qualsiasi fosse la pena, la depenalizzazione opera con efficacia retroattiva per principi codicistici, ossia che se un reato viene abrogato cessa l'esecuzione della pena, mentre se in corso di processo cambia la disciplina si applica la più favorevole al reo. Il principio può non piacere a chi vuole una "giustizia più forte" (non efficace) ma così è nel codice, ed è un principio di civiltà giuridica che rimette al legislatore il potere di rivalutare la lesione occorsa in caso di reato e deciderne la sorte, cambiando anche il cursus processuale dei singoli "soggetti attivi" del reato.
    L'idea perciò di "cacciare dal parlamento" un soggetto sottoposto a condanna per illecito depenalizzato sarebbe un aberrazione giuridica e, credo, politica, laddove politica e morale (anzzi, etica) dovrebbero essere ben separate nella mente di ciascuno

    Ma in generale, perchè questa posizione è oscena? Leggiamo la Costituzione, la nostra Bibbia Laica, la vecchia signora che fa da mamma alla Repubblica Italiana e che avrebbe bisogno di un trattamento ringiovanente, magari partorendo una nuova Costituzione che prenda il suo posto in questo difficile ruolo (ma chi si aspetta la elezione di una assemblea costituente ora?):
    art 27, 3° comma "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla reiducazione del condannato"
    La finalità quindi non è quella repressiva o retributiva della pena, ma rieducativa. Il soggetto va "risocializzato", deve interiorizzare il proprio crimine e rientrare nella società come una nuova utilità memore e rinnovata. Solo nei casi più estremi l'ordinamento prevede la "interdizione dai pubblici uffici", una sorte di morte civile temporanea (non si possono ricomprire cariche pubblice o cariche necessitati di autorizzazione pubblica, spesso impedisce anche di gestire il proprio patrimonio) proprio perchè una simile pena (oltre che inumana, a mio parere) nega ogni possibile rinserimento del soggetto.
    Negare il diritto di tribuna ai condannati, a maggior ragione se hanno scontato la pena, quindi, non significherebbe negare questo articolo?

    June 23

    Laddove l'errore è virtù

    Qualcosa su questo referendum dovevo pur dirlo, anche se voglio cercare di essere il più possibile imparziale, analizzando i problemi "di fondo" che ci tiriamo dietro da molto prima di ieri, e che nessuno pare avere intenzione di risolvere domani.
    Per motivi di trasparenza (e perchè non dovrei essere trasparente, parlando ad un diario?) dirò subito che sono per il No "conservativo" o "oppositivo" a seconda di quale sia la vostra personale idea, ma che non mi piace pensarla nè in un senso nè nell'altro: il No non va giustificato nè nell'intento, veramente stupido e autolesivo, di "mantenere la Costituzione del 1948 intatta", nè nella volontà di opporsi per questioni meramente politiche a qualcosa fatto da altri, ma in una analisi più precisa, ed in convinzioni personali. Insomma, la Costituzione è "la Bibbia della nostra Repubblica", e la Bibbia che senso ha se non viene anche interiorizzata e compresa nelle sue radici?

    Partiamo pensando che i "Padri costituenti" (dizione oscena, diciamocelo) la hanno scritta nel 1946-1948. Quindi, non pensando certamente alla realtà politica italiana odierna, nè (soprattutto) alla realtà sociale mondiale odierna. Da questo deriva che, da svecchiare, non è solo la II parte, ma anche la I, che non prende in considerazione diritti e principi che Paesi di più recente democrazia (come la Polonia) hanno fatto propri.
    In secondo luogo, male dei tempi e dei popoli, la Costituzione è stata scritta pensando ad un sistema proporzionale. Il che la ha resa "perfettamente funzionante" finchè quello ha retto (primi anni '90, con anche un referendum consultivo popolare disatteso), assolutamente debole dopo...ne sono esempio sia la riforma del Titolo V del 2001, sia la recente (e sottoposta a quesito) riforma della Parte II. Infatti, le modifiche costituzionali richiedono determinate "maggioranze" che in un sistema proporzionale nessuno, da solo, avrebbe conseguito, maggioranze che però sono tipiche del maggioritario.
    L'errore quindi deriva già dal 2001: si riforma la costituzione, in un ottica di sussidiarietà e decentramento (non devolution, o meglio devoluzione, poichè la prima è ben altra cosa da uella intesa dalla Lega e da Forza Italia), dimenticando di aggiornarla sotto il profilo procedimentale, ad un sistema che (pareva) reggere in modo bipolare E maggioritario.
    L'Italia torna ad essere proporzionale nel 2005.
    Qualcuno si indigna non poco (anche io, decidete voi se per "ottusità di partito" o per scelta personale), altri gioiscono. Altri ancora (Tabacci, UDC; Cartimpopoli, DS), assestati su posizioni diverse riguardo una svolta proporzionalista, affermano comunque che finalmente la costituzione italiana potrebbe tornare a funzionare, essendo i 3 elementi fondamentali (Forma di Stato, Forma di Governo e Sistema Elettorale) tornati nella giusta posizione.
    Ora interviene la riforma costituzionale, che per quanto se ne dica reca in sè principi su cui tanti sono paiono essere d'accordo (la fine del bicameralismo perfetto, il "premier forte", la riduzione dei parlamentari). Una riforma, però, che richiede una Italia maggioritaria (per evitare che il premier stia costantemente a sciogliere le Camere dove le maggioranze sarebbere più risicate) e bipolare (per fare in modo che il Premier fosse determinato dal partito di maggioranza assoluta, e non dalla forza di maggioranza relativa). Insomma, un sistema inglese, o anche tedesco, come governo, italiano, come elettorale.
    Ora, con tutta sincerità, la vittoria del Si avrebbe degli indubbi vantaggi. Inoltre, sarebbe espressione di volontà popolare (o almeno della maggioranza di coloro che si sono interessati e recati a votare) il che la rende inevitabilemente sovrana. Ma una costituzione così riformata, già alla prova del 2011, soffrirebbe di queste incongruenze, con i rischi che ne derivano. Dire che se vince il Si ci si rimetterà le mani in corso di Legislatura è una bestemmia, senza mezzi termini, poichè significa non curarsi del responso referendario.

    Questo è quanto. Aspetto con ansia Martedì, giorno di gioia e dolore in ogni caso, per altri commenti

    June 20

    Relativismo e tolleranza

    Per quanto la materia referendaria mi prema (ed invito solo tutti a scaricare da qui  il testo della Costituzione Italiana e leggere le modifiche alla seconda parte, valutando per conto proprio e non secondo gli spot televisivi, che come dice Sartori non fanno informazione correttamente) ho voglia di dedicarmi ad altro nell'intervento odierno, una riflessione breve che ha accompagnato il tragitto dall'Uniriscossioni di Modena a casa, con toni decisamente più romantici e melodrammatici inizialmente, poi defluiti con il tempo.

    Ho/avevo la ferma convinzione di essere un relativista nel vero senso della parola. Tutte le ipotesi sono corrette, in qualsiasi campo ed in qualsiasi schema etico. Questo è il mio "credo", e ritengo che, per quanto sia opinione diffusa in certa classe politico-intellettuale che sia "il male del mondo", "la peste del nostro tempo", il pensiero relativo sia l'ultimo stadio dell'evoluzione culturale umana, probabilmente prima di un nuovo salto evolutivo di gusto fauerbechiano più che nietzcheano, verso la "divinità" come di recente intesa.
    Nella mia convinzione, ho sempre creduto che fosse prima prerogativa dell'uomo relativo (e mia) la tolleranza e la pazienza, concetti chiave liberali e cattolici di recente assurti al modello post-comunista, quindi latamente "patrimonio di tutti" i popoli europei mediterranei. Ma analizzando il problema con logica e spregiudicatezza (perchè chi mai definiribbe l'uomo tollerante e paziente un "fallace", un errante, un "vizioso", volendo?) ho dovuto necessariamente approdare ad un altro risultato: una mentalità veramente relativa, che non neghi eguale valore e giustezza a nessuna ipotesi, nemmeno la più abbietta o rivoltante, una mentalità che getti l'etico, il morale ed il lecito (si, anche il lecito, in via astratta) nel fossa dell'obsoleto, non dovrebbe porsi il problema della tolleranza, in nessun caso. Una ipotesi diversa, raggiunta da se stessi o da terzi, dovrebbe semplicemente dare non luogo a procedere a giudizi, essendo "assolutamente" giusta proprio nel suo essere diversa, come nel suo essere identica.

    E quindi, con mio rammarico, mi seggo tra coloro che son relativisti ipocriti, oltre che tra i positivisti mancati.
    Ma non temete.
    Sono un ottima (e stimolante) compagnia