| Profil de Gian MariaGian Maria...BlogListes | Aide |
|
|
20 septembre "For we know our duty is trust"Forse sarà solo che è riniziata la stagione di approfondimento di La7, con il sempre presente Otto e mezzo di Giuliano Ferrara e L'Infedele di Gad Lerner, forse sarà il clima politico che mi stimola, ma una domanda che mi pongo spesso in questi giorni è: cosa fa funzionare uno Stato? Ed a dire il vero, la domanda è estensibile: cosa fa funzionare una istituzione? Una organizzazione? Una struttura sociale di qualsivoglia tipo, dalla più semplice (una coppia) alla più complessa (una federazione di Stati)? La risposta è di una semplicità sconcertante: la fiducia. La fiducia non solo nell'altro, ma anche nel "superiore", nel "gestore", nell'"amministratore". Incredibilmente, sembra mancare questo nella nostra Italia d'oggi (e forse è sempre mancato). Siamo ai fatti di attualità parlando della "risposta alla politica" con i vaffa: che sia antipolitica o meno ha poca importanza per quello che voglio dire, poichè essa segnala una sfiducia talmente radicata da essere quasi comica oltre che contradditoria: l'88% degli elettori italiani ha partecipato all'ultima consultazione elettorale, un picco che segna un forte "sentire" politico, magari di pancia ma presente...un forte sentire che oggi implode su se stesso denigrando o sentendosi tradito da ogni scelta, decisione presa dove le decisioni non si possono evitare. Insomma, si dice "vi abbiamo eletto, ma non ci fidiamo comunque di voi", coprendosi comunque dietro alla legge elettorale, alla inammovibilità della classe politica o - per dire una cosa strausata - al complotto ordito per tenere il popolo (cui "La sovranità appartiene...la esercita nelle forme e limiti della Costituzione", dice la nostra Carta Fondamentale, art 1.2) sotto il giogo di indeterminati potenti. Il Gran Nemico, insomma. Così non si pensa che, nelle miserie della contrattazione (quale è la politica sempre e comunque), ci possa essere un disegno preciso, giusto secondo chi lo esegue e, persino, utile alla collettività (o alla maggioranza di essa): non si crede in nessuna scelta, lamentandone l'ingiustizia. Il discorso si applica perfettamente alle tasse, alla rivoltà fiscale, persino alla Chiesa (istituzione che si sa non ami particolarmente). E così, anche io che sono un convinto Relativista agnostico, devo trovarmi d'accordo con Bertone: la crisi italiana è morale, e, si, per una mancanza di fede in dio. Ma non quel Dio dei Popoli, delle Genti e della Croce: bensì quello più prosaico, di Feuerbach, presente in ogni uomo 16 septembre Lettera ad Eugenio ScalfariManco da questo blog da moltissimo tempo, ma solo di recente ho sentito la pulsione di tornare a scrivere: mi scuso quindi con i miei 5 (15 li abbiamo persi per strada) lettori, se il primo post sarà una lettera aperta, recapitata stamane alla redazione di Repubblica. --------------------------------------- Esimio dottor Scalfari, per quanto probabilmente leggerà in continuazione e-mail di persone ben disposte nei confronti delle sue analisi, ho sentito doveroso dopo lungo tempo farle arrivare anche la mia “voce”: sono un ragazzo ancora ben distante dalla maturità, ma che per inclinazione personale, oltre che per sano interessa accademico (sono convinto capisca quanto ,per uno studente di giurisprudenza, l’attualità politica possa essere rilevante), occupa il proprio tempo libero leggendo la Repubblica, sempre alla ricerca di suoi editoriali che, sinceramente, apprezzo massimamente per lucidità e stile. Condivido pienamente la sua valutazione sul V-day di Grillo (che sento ancora più vicino perché verificatosi proprio a Bologna, dove studio, in una piazza dove passo ogni mattina) e sulla tendenza anarcoide del popolo italiano, che trova le sue radici probabilmente in un portato storico tutto particolare: così, mentre la Francia creava un regno unitario e la Germania si riconosceva in una cultura comune (quella Romantica), l’Italia si pasceva dei propri particolarismi, sempre alla ricerca di un “uomo forte” che le desse unità (chissà Cavour cosa direbbe oggi dello stato che tanto faticosamente, anche con operazioni dotate di scarso scrupolo, costituì). Condivido anche la sua visione del movimento antipolitico che si sta formando attorno a quell’uomo, una sorta di “movimento ultrademocratico” che trova nella Rete la propria aggregazione, ma che a parte un tremendo “NO” che riecheggia su ogni elemento dell’attuale società (sia quelli negativi che quelli positivi), non da nulla di costruttivo, non arrivando nemmeno a proporre quella che sarebbe una risposta talmente semplice da essere risolutoria: una nuova Costituzione. Ed infatti, ma non dubito lei lo avesse notato, alcuni degli argomenti che portano non sono altro che principi “moralizzatori” che mal si conciliano con la nostra Costituzione (fortunatamente liberale e non Etica, come accade in altri Paesi a loro volta democratici) e la cui conversione in legge dubito sinceramente potrebbe superare un vaglio anche solo astratto di costituzionalità.
Pare infatti che il sistema che inneggiano sia di tipo “direttivo”: un decentramento completo della sovranità, che secoli di storia (dalla Rivoluzione Francese a oggi) hanno dimostrato dover essere si del popolo, ma “esercitata” non direttamente, per evitare storture, derive dittatoriali o populiste sempre possibili, come lei afferma. E in quei ragazzi che conosco che improvvisamente vedono in Grillo “l’uomo nuovo”, l’unico che “può dare ai cittadini uno strumento di tutela”, riconosco solo persone povere della voglia di determinarsi da sole in cerca di un leader, che sia pure ruler e massimo faro Morale (o Etico, forse), che dietro a slogan semplificanti e semplicistici celi, forse senza saperlo, la sola, gretta – e si, ipocrita – anima di un popolo sperso, incapace di riconoscersi come unitario e trascendere se stesso (cosa che un migliore approccio dell’italiano medio all’esperienza comunitaria ed unitaria dell’Europa aiuterebbe molto).
Mi permetta di concludere con un’ultima digressione: volendo vedere quale fosse il malcontento generato nelle “schiere della Giustizia” (mi consenta l’ironia, il termine è di mio conio) dai suoi articoli, ho girato parecchi forum/blog rimanendo stupefatto: l’argomento più usato è la sua età e la relativa incapacità di comprendere il nuovo che ne deriverebbe. Infatti un’altra peculiarità di costoro (e forse, però, di ogni persona che in cuor suo si senta di militare per una cultura o una idea) è il considerarsi araldi del mondo nuovo, magari pure Audace , dove proprio la democrazia come forma ipocrita e falsata di sovranità popolare verrà superata mediante la rete. La E-Democracy sulla quale filosofi, giuristi, sociologi, matematici ed ingegneri si interrogano da una decade ridotta a qualche slogan, che non solo dimentica le difficoltà tecniche, ma anche personali e la facilità di indirizzo/coartazione di un sistema simile: chi gestisce un blog, forse, non predetermina in maniera autoritativa (ed una autorità senza limiti è una dittatura) gli argomenti? Non tarpa le ali direttamente, con facoltà al di sopra del pluralismo, il pensiero avverso? Non si giova in maniera totale delle proprie schiere, le proprie claque, senza doverne mai rispondere a nessuno? Forse, con Grillo (che è solo la faccia, però), non abbiamo tanto raggiungo il qualunquismo, ma solo il berlusconismo 2.0: quello che ha trovato, nella rete, lo strumento più rapido e meno difficile da gestire per coprire le vere valutazioni, i veri problemi.
PS: La domanda forse è solo
accademica o comunque inutile: più che di antipolitica (che si, ritengo
manifestazione politica come libertà di “agire politico” negativa), non sarebbe
meglio parlare di politica positiva (quella che ha fatica i governi ed i
parlamenti, dopo i partiti ed i singoli, fanno con i loro endogeni mali) e
politica negativa (i fenomeni come questo,
appunto)? 13 octobre 2 X 1Mi si vorrà scusare se
coagulerò due interventi in uno, ma ho deciso di sfruttare una duplice idea che
avevo. Non è detto che i due risultino esattamente collegati, anzi è fortemente
improbabile che di primo acchito vi si noti un legame, ma non di meno la mente
lo cerchi arrovellandosi su chissà quali teorie. Bene, è d’uopo sapere che
l’unica concatenazione esistente è data dal giorno Le nuove ragioni del Comunismo Una piccola premessa, a mo’ di introduzione lessicale, al
successivo intervento. Quando parlerò di comunismo, d’ora in avanti, mi
riferirò non alla dottrina filosofico/politica elaborata da Karl Marx e
Friedrich Engels nel XIX secolo (ossia, il cosiddetto “socialismo scientifico”) ma bensì alla ben più (tristemente) nota
esperienza politica dell’Ex-URSS e delle Repubbliche Socialiste in genere
(ossia, il “socialismo reale”):
mentre infatti la prima, come ogni ideologia o dottrina in genere, è da
considerarsi fallace o giusta nella sua interezza al di là di dimostrazioni
empiriche, la seconda ha fallito su (quasi) tutti i punti che si era proposta,
sfociando nella terribile esperienza totalitaria che è stata. Lancio una piccola richiesta a chi legge solo questo post (e
saranno 2, forse tre persone, a cui chiedo di pubblicizzarlo per una volontà di
confronto): superare anche la terminologia. Non il comunismo, o Comunismo, ma… Anche qui una piccola introduzione. Il giorno è lo stesso
del ben più importante post precedente, perché per me ricopre un valore
simbolico che, mi rendo conto, nella mia vita il “13” ha assunto (sono le 11:13
quando scrivo questo messaggio): oggi sono esattamente 7 mesi da quando ho
lasciato una carica “organizzativa” nella community ondine di GdR da me
frequentata, e 6 mesi esatti dal mio ultimo Log attivo. Alla fine, questo post ha solo un senso. Ed è una
dichiarazione di resa, o meglio un dar ragione ad una persona, che so non
leggerà, riguardo ad una vecchia discussione. 11 octobre V(I)14 giorni. Esattamente 14 giorni dal mio ultimo intervento. A questa velocità, effettivamente, sarebbe meglio chiudere il Blog...ma perchè eliminare l'eterno monito della propria inettitudine letteraria? La domanda non è sciocca come pare, ma non di questo oggi voglio trattare. E, caro lettore mio, nemmeno son momenti per affannarmi, indiavolarmi e accigliarmi sulla volubilità estrema degli argomenti e su come, all'improvviso di cento cose a dire nemmeno una abbia viso Comunque, voglia tu scusarmi, ciò che segue potrebbe allarmarti contraddire precedenti parole e stupire certe signore. Ma valuta bene il contenuto poichè niente ha due faccie come il velluto (stupidaggine in rima, di mia personale creazione) Sono sicuro tutti avranno notato quanto la contraddizione libertà/dovere mi sia cara. Continuerò su questo tracciato, oggi, con una tesi che potrebbe suonare scontata, e che sicuramente si presta da più punti di vista ad essere demolita sia adducendo la sua totale derivazione dalla mia educazione sia la sua possibile inesattezza logica. Per una volta, non sia mai che mi ripeta (e se lo ho già richiesto, gradirei che qualcuno me lo facesse notare), seguite i passaggi, prima acriticamente, per poi andare a sottolineare le incongruenze. Oggetto, e punto d'arrivo, della riflessione è come l'individualismo abbia generato "orrori inimmaginabili", quasi quanto il qualunquismo o il collettivismo; siamo chiari, la personalizzazione, l'esaltazione dell'individuo nel suo libero agire e pensare è cosa buona, segno di evoluzione e quant'altro, ma mina alla sua base l'attuale tipo di convinvenza "pacifica", probabilmente cronologicamente datato e da superare: la società. In effetti, individualismo, come anche uguaglianza formale/sostanziale e democrazia (e non sono per forza slegati questi elementi) significano che ognuno non solo può decidere cosa fare di sè, ma anche che ne ha i mezzi. Attuando i corretti comportamenti (che essi siano improntati sulla diligenza, sulla moralità, ovvero sulla mancanza di scrupoli per l'attuale discorso è irrilevante) chiunque potrebbe divenire il Presindente del Consiglio, il presidente o l'amministratore di un grandissimo gruppo finanziario o di una enorme impresa, indipendentemente da condizioni di partenza e percorsi. Certo, si può addurre che la cosa può risultare più o meno difficile, ma non impossibile. E questo, anche in totale mancanza di capacità. Per esemplificare: è noto che l'Alitalia sta per fallire. Perchè? Errori su errori di politica imprenditoriale. Eccessive assunzioni. Troppe commistioni con la politica. E questo perchè? I managment(s) precedenti non erano dotati delle capacità che servivano, evidentemente, e le situazioni non hanno aiutato a "sopperire" o tappare queste lacune. Ma cosa comporta questo? Che nella maggior parte dei casi, all'egida della propria libertà/autopoiesi, i ruoli importanti a qualunque livello sono mal ricoperti. Questo non vale solo per la politica, per l'imprenditoria. Anche per la famiglia, finanche per sè medesimi. Manca, forse, un gusto del dovere per il dovere. Meglio, l'onestà intellettuale di definire il proprio dovere. Ancora di più, l'onestà intellettuale per vedere, comprendere, riconoscere la propria "incapacità" relativa (nessuno è incapace in tutto) e, da essa, derivare la propria posizione non "umana" (io, studente di giurisprudenza, sono ho lo stesso valore umano di un senza tetto, di un assassino e persino del Papa) ma "deontologica". Ma forse il discorso è inutile. Forse si basa su un errore di fondo che è mio ma, per egocentrismo imperante, estendo agli altri. La scomparsa della dicotomia sfera sociale/sfera umana, quasi che, in un enorme calderone, il proprio valore umano (emotivo, e razionale) si fonda con quello sociale (economico e di status) e quello pragmatico/pratico (dell'azione e della morale) 14 septembre Any Day Now, I Shall Be Released (ovvero, nulla è inevitabile)Ritorniamo con un inusuale riferimento a Bob Dylan, ottimo assist per iniziare un cortissimo discorso che da un pochetto mi assilla. Per iniziare, per i meno "inglesofoni", la frase protrebbe essere tradotta con "In ogni momento da ora, sarò liberato", intendendo una liberazione morale, intellettuale...qualcosa di simile a "essere sollevato". Ma a cosa si riferisce? Non conosco per intero la canzone di Dylan (che non apprezzo eccessivamente come musicista), ma posso godere del significato simbolico che essa ha: nella mia mente, è la frase di chi, prossimo a dover prendere una decisione, si trova nella semplificante situazione di dover seguire un dettame. Spieghiamo meglio, poichè il discorso ha qualcosa di somigliante ad una organicità: finchè rimaniamo nel campo del volitivo (poichè in fisica, allo stato attuale della scienza, esistono ancora elementi presunti necessitati), nulla è obbligato. Chiunque può scegliere, in qualsiasi momento, cosa fare. A poco vale rifugiarsi dietro al "no, esistono leggi da rispettare". E' una presunzione futile, significativa di una mentalità chiusa, se non corredata della specificazione "per vivere in modo sociale": potrei decidere, conscio delle conseguenze, di rubare, uccidere, smettere di studiare, fare ogni cosa che "il dovere" o "la legge/la morale" ritiene scorretto, senza che nessuna coercizione fisica irresistibile potesse impedirmelo. Ed è qui il punto dolente, cosa per altro nota a tutti e da lunghissimo tempo patrimonio della consapevolezza umana: le scelte fanno paura. Ogni legge o regola è un modo di semplificare il caos dando ordine, imponendo la necessità/inevitabilità dove tutto è aperto: sostanzialmente, è un modo per evitare a chi non redige quella norma (poichè solo costui fa una scelta) di dover scegliere, se non nella limitata cerchia dell'ortodossia/eterodossia. A poco valgono quindi, certe presunte affermazioni assolute di coraggio nell'adeguamento ad un dettame; per esemplificare, parliamo dell'aborto che pare esser tornato di moda da qualche tempo a questa parte: la ragazza madre, che decide di non abortire non per una scelta lungamente ponderata, ma perchè "ogni figlio è un dono di Dio" (e quindi rifacendosi ad un dettame) semplicemente decide di rimandare l'assunzione di responsabilità a momenti successivi, nella speranza (a parer mio vana) di poterla eludere. Ma simile si può dire di chi molte cose, anche di chi parla di "tasse ingiuste" o "ingiuste leggi del mercato". Ora, ho gettato le basi di quella che doveva essere la mia tesi, che rapidamente espongo (poichè chi ha seguito il discorso, subito la capirà; chi non lo ha seguito, probabilmente, si è fermato a criticare qualche affermazione incidentale): il cinismo è uno dei più grandi regali facilitatori che l'uomo potesse farsi. Mettere in dubbio tutto, ogni cosa, negando ogni "centro di gravità permanente", tanto da spingere alla estrema inerzia di riconoscere in tutto il trucco, la beffa, l'inganno, altro non fa che far entrare il Necessario nel volitivo all'infuori della legge. Il cinico puro, estremo come solo il tempo nostro sa dare, non è diverso dal dogmatico, poichè al momento del relativismo non fa seguire il momento della tensione alla prova, della scelta, fra le possibilità, della congeniale/pretesa giusta. 17 août Dovere e LibertàE' strano tornare a scrivere dopo tanto, un mese esatto, dal mio ultimo intervento. E' ancor più strano considerare che fino a pochi giorni fa la voglia mi era passata, invece ora è tornata prepotente, in relazione ad un umor nero che stamattina mi assiste. Sarebbe imbarazzante spiegarlo nel dettaglio. So che tanto si capirà. Parlando per massimi sistemi, stamattina mi si ripropone un dilemma che è alquanto vecchio nella mente umana, tanto di chi "mastica filosofia per vivere" quanto di chi "si procaccia il pane per vivere": tutti, nel bene o nel male, con autocoscienza o meno, ci troviamo costantemente di fronte al dilemma del Dovere o Libertà. C'è chi ha risolto senza tanti scrupoli questa dicotomia, segnando una strada precisa e sicuramente "socialmente utile" (l'etica del dovere di Kant), c'è chi ne ha ravvisato un elemento problematico che esiste di certo, ma mi pare riguardare un momento successivo (l'angoscia della possibilità di Kirkegaard, per i profani ripresa anche dagli autori di Evangelion), ma nessuno a mia conoscienza, se non le religioni in maniera dogmatica, ha risolto il conflitto tra i due termini in maniera...apprezzabile. Ogni uomo moderno "occidentale" ha l'alto valore della libertà: della libera autodeterminazione e del libero arbitrio, se vogliamo usare i due termini più in voga. Ogni uomo moderno "occidentale" è il frutto del processo di secolarizzazione, di rielaborazione della cultura classica e cristiana che ha portata a sostituire al mondo necessitato dello schema di Dio, l'esistenza libera nelle leggi della natura dell'empirismo e dell'illuminismo. Ogni uomo moderno "occidentale" ha nel proprio bagaglio anche le riscoperte successive della metafisica e dell'"alto dovere", ma vive nella sostanziale certezza del "finchè non danneggia altri, posso fare tutto". E' di fronte agli occhi di tutti che nessuno è una isola solitaria. Secondo la teoria del Caos, ogni azione ha un effetto a domino sul resto del mondo. Qualsiasi cosa, anche la più stupida, può provocare una catastrofe se tutto si infila nel verso "giusto". La probabilità, che è quasi la versione fisica e matematica della libertà indeterminata, domina il mondo. E' perciò altrettanto chiaro che in astratto ogni azione può danneggiare altri. Che ogni azione, non essendo possibile prevederne con assoluta certezza le conseguenze, ha un motore di puro egoismo neutro genericamente definibile come "voglio (ho la libertà di) farlo e lo farò". Ed è altrettanto chiaro che l'egoismo neutro si ciba di se medesimo, delle paure e delle gioie di ogni persona, divenendo forse il cardine della libertà pura di un singolo soggetto. Nondimeno, è chiaro ai più, a tutti, a nessuno, che il dovere rimane. Non è solo la società che comporta il dovere, come il Dio era in epoca medioevale. Noi creiamo i nostri doveri, nella nostra libertà che è anche limitazione di noi stessi. I nostri doveri che sentiamo, mettiamo a tacere e ci vengono ricordati o rinfacciati dalle parole o dal silenzio degli altri. Bisogna scegliere, alla fine: dovere o libertà? Ogni cosa ha questo dilemma. E se dovere è sempre stato, che dovere sia. 4 juillet Il DubbioE' strano come la voglia di esprimere un opinione venga, il più delle volte per chi è "bastian contrario" come me (o almeno, che come me è stato spesso definito in tal modo), solo in negazione, in contrasto con un'altra posizione. Vediamo un po' con cosa ci alletta la giornata. Dopo la mia (prima) ora di studio mattutina, mi reco a far la spesa e a comprare i giornali, da "brava casalinga" che sono. Giunto a casa, decido di concedermi ancora una piccola pausa (perchè la testa, oggi, proprio non va) e mi leggo le due testa di ampia diffusione nazionale che sono solito comprare. Tra una partita della nazionale e uno sciopero (illegale) dei taxisti, trovo un aritcolo che attira la mia attenzione, una dissertazione sul Dubbio come life-style e come vizio della società post-moderna. Ora, l'assunto dell'articolo (o meglio, dello spunto da cui era tratto l'articolo) è che nella società post-moderna (NdJ: quella in cui viviamo) il Dubbio ha assunto una funzione talmente fondamentale da essere base delle nostre costruzioni mentali, poi ammantante di certezza con un procedimento logico decisamente privo di buonsenso o razionalità: fin qui, siamo sul piano della condivisibilità, non nego; il problema è dopo. Da questo assunto, infatti, si passa a dire che il Dubbio è causa di un male assai peggiore, ossia la sfiducia negli altri e nella vita, insomma motivo di nichilismo (post-moderno, appunto) e genericamente dissoluzione della società. Vergogna! Bestemmia! Detto autore, che non cito perchè troppo codardi di esser confrontato, sul piano intellettuale e filosofico, con la sua auctoritas, confonde in maniera sin troppo palese causa ed effetto, oppure, e la cosa sarebbe anche peggiore, rende il proprio ragionamento scorretto per una convinzione personale: infatti, dal Dubbio (che è semplice non assunzione a certezza di ogni fatto a prima vista) non deriva necessariamente una "presunzione di colpevolezza" o una "sfiducia in tutto e tutti", ma solo la necessità di indagare oltre. L'occhio indagatore che tale voglia definirsi poi dovrebbe basarsi sui fatti, non sulla persuasione del suo animo, che da elementi del tutto erronei potrebbe derivare. Quindi, insignissimo professore, stia attento: il suo nome, per quanto Preclaro e Dotto, non le impedisce, nel Dubbio, di commettere errori 27 juin Alla forca!Nel Day After del referendum, che ha portato alle urne molti, molti più italiani di quello che pensassi e ha decretato il rifiuto della ultima riforma della Costituzione, avrei voluto gioire, inalzare le braccia al cielo e dire "ciao" al Paradiso, ma l'uomo razionale non può lasciarsi andare a queste manifestazioni di gioia "so vulgar" e deve continuare sulla propria strada. E così, avrei voluto fare un intervento sulla necessità di ripartire, eleggere una nuova assemblea costituente e tacciare tanto chi ritiene che la sinistra sia "una manica di conservatori", quanto chi, con mio grande rammarico e eccheggiando Rousseau, dice che "i Padri Costituenti erano migliori di noi". L'uomo razionale questo avrebbe fatto, agendo secondo uno schema preciso e meticoloso, politicamente e architettonicamente strutturato tendente ad un unico fine: il rinnovo secondo ragione. Ma io non sono un uomo razionale, nè relativista, come ho avuto modo di attestare tempo addietro. Per questo, rivolgo io mio occhio critico ad altro, avendo visto un'aberrazione intellettuale cui pare le sottoscrizioni non manchino. Mi riferisco all'iniziativa "Parlamento pulito!" presente sul Blog! di Beppe Grillo. Cappello introduttivo: per quanto negli ultimi 10 anni la sinistra si sia connotata di una nuova accezione "libertaria" (che, secondo Berselli, deriva dal fatto che la regione fisica in cui il "comunismo" è più forte ha subito storicamente una influenza fortissima del movimento anarchico), ogni tanto le forti tendenza forcaioli o "antagoniste", per usare un termine orrendo, si fanno sentire. Anche in contrasto con la Costituzione che è stata elevata a vessillo nel periodo più recente. Capisco che chi leggerà non avrà grossa dimistichezza con alcune tematiche che tratterò, prego di seguirmi, sarò il più semplice possibile. Svolgimento: si lamenta, in quel blog, che nel nostro Parlamento ci siano troppi condannati in ultimo grado. Probabilmente, ad accuire la lamentela è il fatto che la maggior parte sia nel centro destra, e solo 2 siano del centro sinistra. Ora, la polemica è pretestuosa ed infondata costituzionalmente. Prima di spiegare in via generale perchè la base stessa di questa polemica non abbia senso, tocchiamo i punti più "piccoli" "Biondi Alfredo reato poi depenalizzato (FI)" Questo signore, che non conosco, è stato condannato in ultimo grado immagino, o comunque con sentenza definitiva passata in giudicato. Ma il reato è stato poi depenalizzato. Qualsiasi fosse la pena, la depenalizzazione opera con efficacia retroattiva per principi codicistici, ossia che se un reato viene abrogato cessa l'esecuzione della pena, mentre se in corso di processo cambia la disciplina si applica la più favorevole al reo. Il principio può non piacere a chi vuole una "giustizia più forte" (non efficace) ma così è nel codice, ed è un principio di civiltà giuridica che rimette al legislatore il potere di rivalutare la lesione occorsa in caso di reato e deciderne la sorte, cambiando anche il cursus processuale dei singoli "soggetti attivi" del reato. L'idea perciò di "cacciare dal parlamento" un soggetto sottoposto a condanna per illecito depenalizzato sarebbe un aberrazione giuridica e, credo, politica, laddove politica e morale (anzzi, etica) dovrebbero essere ben separate nella mente di ciascuno Ma in generale, perchè questa posizione è oscena? Leggiamo la Costituzione, la nostra Bibbia Laica, la vecchia signora che fa da mamma alla Repubblica Italiana e che avrebbe bisogno di un trattamento ringiovanente, magari partorendo una nuova Costituzione che prenda il suo posto in questo difficile ruolo (ma chi si aspetta la elezione di una assemblea costituente ora?): art 27, 3° comma "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla reiducazione del condannato" La finalità quindi non è quella repressiva o retributiva della pena, ma rieducativa. Il soggetto va "risocializzato", deve interiorizzare il proprio crimine e rientrare nella società come una nuova utilità memore e rinnovata. Solo nei casi più estremi l'ordinamento prevede la "interdizione dai pubblici uffici", una sorte di morte civile temporanea (non si possono ricomprire cariche pubblice o cariche necessitati di autorizzazione pubblica, spesso impedisce anche di gestire il proprio patrimonio) proprio perchè una simile pena (oltre che inumana, a mio parere) nega ogni possibile rinserimento del soggetto. Negare il diritto di tribuna ai condannati, a maggior ragione se hanno scontato la pena, quindi, non significherebbe negare questo articolo? 20 juin Relativismo e tolleranzaPer quanto la materia referendaria mi prema (ed invito solo tutti a scaricare da qui il testo della Costituzione Italiana e leggere le modifiche alla seconda parte, valutando per conto proprio e non secondo gli spot televisivi, che come dice Sartori non fanno informazione correttamente) ho voglia di dedicarmi ad altro nell'intervento odierno, una riflessione breve che ha accompagnato il tragitto dall'Uniriscossioni di Modena a casa, con toni decisamente più romantici e melodrammatici inizialmente, poi defluiti con il tempo. Ho/avevo la ferma convinzione di essere un relativista nel vero senso della parola. Tutte le ipotesi sono corrette, in qualsiasi campo ed in qualsiasi schema etico. Questo è il mio "credo", e ritengo che, per quanto sia opinione diffusa in certa classe politico-intellettuale che sia "il male del mondo", "la peste del nostro tempo", il pensiero relativo sia l'ultimo stadio dell'evoluzione culturale umana, probabilmente prima di un nuovo salto evolutivo di gusto fauerbechiano più che nietzcheano, verso la "divinità" come di recente intesa. Nella mia convinzione, ho sempre creduto che fosse prima prerogativa dell'uomo relativo (e mia) la tolleranza e la pazienza, concetti chiave liberali e cattolici di recente assurti al modello post-comunista, quindi latamente "patrimonio di tutti" i popoli europei mediterranei. Ma analizzando il problema con logica e spregiudicatezza (perchè chi mai definiribbe l'uomo tollerante e paziente un "fallace", un errante, un "vizioso", volendo?) ho dovuto necessariamente approdare ad un altro risultato: una mentalità veramente relativa, che non neghi eguale valore e giustezza a nessuna ipotesi, nemmeno la più abbietta o rivoltante, una mentalità che getti l'etico, il morale ed il lecito (si, anche il lecito, in via astratta) nel fossa dell'obsoleto, non dovrebbe porsi il problema della tolleranza, in nessun caso. Una ipotesi diversa, raggiunta da se stessi o da terzi, dovrebbe semplicemente dare non luogo a procedere a giudizi, essendo "assolutamente" giusta proprio nel suo essere diversa, come nel suo essere identica. E quindi, con mio rammarico, mi seggo tra coloro che son relativisti ipocriti, oltre che tra i positivisti mancati. Ma non temete. Sono un ottima (e stimolante) compagnia 27 mai DiarioDopo un lunghissimo periodo d'assenza, "giustificato" dai più disparati motivi, eccomi di nuovo qui, con il fermo proposito di non far morire questo blog anche solo per me. Innanzi a tutto, una "scusa" per chi ha il mio contatto MSN (e quindi potrebbe notare la variazione): nel reset pc, cambio modem, altro reset pc etc etc deve essere andato strto qualcosa, non riesco ad installare MSN Messanger o qualsivoglia altro programma compatibile, quindi attualmente sono su Skype - nick jimyeffe -, per chi avesse ancora interesse di sentirmi...del resto, cercherò di risolvere il problema e, chissà, tra un po' sarò anche sul buon vecchio sistema di instant-messagging. Ma la titolazione "Diario" sta a indicare un altra cosa...con i soggetti direttamente interessati avrò modo di discuterne direttamente, al telefono, faccia a faccia o con altri mezzi comunicativi, questo dovrebbe solo risultare un "manifesto programmatico" cui rifarmi quando maggiore sarà la resistenza del vecchio...vediamo un pò di spiegare queste "belle" parole, oggi in un italiano direi meno accademico del solito. Stavo tornardo giù da Guiglia ieri sera (NdA: il paese collinare/in montagna in cui faccio le prove con il gruppo) come sempre solo. E come sempre, per farmi compagnia, ho iniziato a pensare ad una lettere da scrivere, uno di quei flussi di coscienza "mediati" nei quali dici tutto quello che negli ultimi giorni ti ha preso e lo indirizzi segnatamente ad una persona; la cosa di per sè non rappresenta una novità, e non rapresenta una novità nemmeno il fatto che abbia dimenticato gran parte dei passaggi di quello scritto ideale, semmai suona nuovo il fatto che alla fine abbia deciso di "cambiare". Ora, vi è una profonda banalità e incoerenza/incorrettezza nella ultima affermazione: conosco persone per cui il cambiamento è "spontaneo", non deriva da una determinazione dalla volontà, poichè sarebbe in caso contrario forzato e assolutamente fasullo; conosco persone che semplicemnete trovano banale il concetto di "decisione di cambiare" (mi ascrivo a questo gruppo) poichè il cambiamento è ininfluenzabile, come l'evoluzione, è un elemento ambientale che eccede i canoni della volontarietà o della spontaneità; conosco persone, di converso, che con un "mero" atto di volontà hanno modificato sè stessi, in bene o in male è indifferente, raggiungendo comunque risultati, ho deciso di provare a seguirne l'esempio. Ma come posso cambiare io? Io che non posso dirmi del tutto "infelice" del mio carattere, o anche se provo forte ribrezzo per certi elemento sembro tendere inconsciamente alla conservazione, alla inerzia? Non posso solo forse cesellare (nascondere) quelle punte, mantenendo il resto, e costruirmi una corazza di apparenza assolutamente impenetrabile, tale che l'ipocrisia divenga la realtà, la forma la sostanza, l'io extrasoggettivo l'io intrasoggettivo? Si, probabilmente non posso fare di meglio, diciamocelo, e la "realtà dei fatti" come si rappresenterà ad ogni persona alla mia vista confermerà questa tesi o meno. Ciò non toglie che, figlio di una cultura romantica e contraria alla ragione (staremmo tutti meglio se il Romanticismo non avesse attecchito così fortemente nel secondo novecento, almeno a livello "giovanile") potrò tendere ad un first best in spregio a quel poco di pragmatismo che ho il quale, salvo un paio di casi eccezionali, mi ha fatto sempre scegliere per il second best. E così si inizierà da piccoli atti, quali superare la prossima settimana senza tachicardie, chiedere al mio corpo (e alla mia psiche) una prova di lealtà, entrare in una mentalità più aperta e meno egocentrica. Seguiranno altre esperienze di gruppo. Ho seriamente intenzione di iniziare ad uscire il sabato sera, almeno ogni tanto (nel senso di: selezionando gli eventi...non tutto e subito, il cambiamento, non sarebbe assolutamente utile), di frequentare il Club 3M e costruirmi un party per GdR, riniziare ad andare con una certa periodicità a lezione di basso, scrivere, scrivere, scrivere, ed tenere la mente nel momento creativo, quando sono più concentrato. Ci sono poche cose che non posso cambiare...una è il "jimy universitario", sul quale gravano aspettative (mie) e speranze (altrui), oltre a necessità di vario genere. E' una fetta grossa, ne sono conscio, probabilmente almeno il 40% di me stesso, la parte che non oso cambiare, se non nella tensione al miglioramento secco (miglior renditività, maggiore comprensione, maggiore "visibilità", etc etc). C'è il "jimy famigliare", che non è il caso di modificare per qualche tempo (indipendentemente dalla mia volontà, in questo caso, totalmente), quello "coscienzioso" e forse maggiormente stressato E c'è un ultimo jimy, minoritario perchè socialmente univoco, che non vorrei cambiare. Non lo vorrei, ma forse dovrò, dipende da me solo con riguardo al post e non al intra. 14 avril La VeritàMi scuserà il lettore se il lessico e la costruzione suoneranno pesanti, artificiosi e noiosi nella prossima trattazione. Il tema e la scelta sono invero provocatori, non dettati da intuito d'artista o da fine dicitura. Abbiate la misericordia e la cura di scusarmi, allora, poichè nulla è fatto per vessarvi. A lor signori la scelta se decretare la fine di questa tortura sul nascere o continuare, audaci e baldi, fino alla fine Avrei potuto, e forse voluto, che diverso fosse l'argomento di questa divagazione, argomento attuale e politico, come son solito fare, corroborato da recentissimi studi che la necessità mi porta. Ma ho desistito dal tema, per evitare tecnicismi e facili moratorie ideologiche e parziali, decidendo alfine di gettarmi, qual pesce di fiume nell'oceano, laddove sono flessibile ma solo in parte edotto, e quindi meno rigido con me stesso. Notate, esimissimi lettori, che non è mia pratica parlare a vanvera e con fanfara. Parto da un dato di vita, e diramo la mia opinione, che facilmente si confuta e si riscrive. Iniziamo, dunque, da ciò che mi infervora: udendo alla radio un fervente giornalista di cui non posso dire nome affermare ancora una volta il carattere patologico del relativismo, peggiorando non poco la sua precedente affermazione di professione di Verità, il mio cervello ha iniziato ad immaginare un piccolo contraddittorio, una risposta arguta che potesse spiazzarlo. E con non poca difficoltà è arrivato ad elaborare un concetto definito, proponendosi di diffonderlo cautamente. Premettiamo anche che la persona si rifà a tesi diffusa in ambiente religioso latu sensu, indipendentemente dalla fede o dal colore della stessa, ma non gode nè della prestanza istituzionale dell'uscente presidente del Senato per propugnarla, nè della finissima mente e conoscenza teologica del Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica per sostenerla. Basta quindi il sottoscritto, che teologia non ha (anche se vorrebbe) e filosofo non è (anche se aspirerebbe) per rispondere. La Verità, nella tesi di costui, è massimamente supportata dalla Fede, che le da efficacia oggettiva. Già la mente vostra, lettori, dovrebbe inorridire a tal concetto. "Oggettivo", secondo il Dizionario della Lingua Italiana Zanichelli, primo significato, è "ciò che si fonda sull'oggetto, che fonda la realtà"; ora, essendo la stessa realtà qualcosa di mutevole e latamente relativo, questo concetto non credo si attagli al Verità come da costui propugnata. E nemmeno il secondo sinificato "Del complemento oggetto" credo sia giusto. Sul terzo, invece, cade la mia preferenza: "Che esiste di per sè, in quanto non vincolato alla percezione soggettiva". La Verità, quindi, grazie alla Fede, diverrebbe svincolata dalla percezione soggettiva, e volendo potrebbe elevarsi al rango di faro guida dell'uomo, proprio perchè indipendente dalle sue mutevoli inclinazioni. Ma voi, che siete persone dotte e intelligenti, non trovate che la Fede sia soggettiva? Ovvero, non credo possiate ritenere facilmente dimostrabile, o condivisibile, che la Fede non abbia molteplici sfaccettature, a seconda del soggetto che la interpreta, la possiede, la vive. A seconda della stessa matrice cui si rifà, politeista, monoteista, animista, etc etc. Ordunque, forse il nostro giornalista confonde due termini e concetti: l'Oggettivo, probabilmente unico criterio dotato di tale valore, ed il condiviso, ben più circoscritto come concetto e, per forza di cose, relativo. Ed allora, miracolo! tutto torna. Eh si, poichè la Fede dona alla Verità condivisione, poichè tutte le persone dotate della medesima fede (se ne esistono più di 2) credono nella medesima Verità come Dogma incontrovertibile. Misuriamo i termini, o persino la condivisione perderà il suo, ben minimo, valore 25 mars Il dialogo del silenzioCon questo intervento inizio una nuova categoria, che non a caso si intitola come un verso che, chi conosce il mio "io telematico", sa apprezzo molto. Per la cronaca, consiglio a tutti la lettura di Alexander Pope come un esempio di inglese musicale, sebbene Barocco
Sono le più strane le cose che ti vengono da pensare nei momenti di silenzio. Solo le più strane e le più avvilenti, forse, come notare quella macchiolina sul soffitto, o come quell'accenno di barba che la mattina sentivi sulle tue gote sia ora divenuto ostinatamente ispido e fastidioso. Il silenzio è uno strano consigliere per la mente, un avverso sovvertitore di pensieri.
Ma più che le comete percettive che attraversano il cervello, possono stranire l'Io di una persona i pensieri puri, le riflessioni, i moti dell'anima.
E nel silenzio di un dialogo, forse sono questi quelli che maggiormente colgono nel segno.
Potrei citare centinaia di casus belli. Una interruzione imbarazzata nele telefonate con la mia ragazza, oppure quel silenzio imbambolato, vagamente deprimenti che domina l'atmosfera durante una trasmisione televisiva. Sono spesso fautore di questi silenzi. Sono persona di non facile comunicatività, che ama sentire la propria voce solo laddove sa di poter essere difficilmente attaccato.
Eppure, eppure anche io sento quella pesantezza, mi trovo a pensare alla pochezza della mia persona se nemmeno riesco a portare avanti un dialogo, a parlare con altri, a confidare e discutere di me stesso e del mondo. Ritrovo un limite che odio, quello della finitudine del mio intelletto e della mia volontà, nell'incapacità di esprimere concetti che attirino l'interlocutore, di invogliarlo a esprimerli a sua volta. Quello dell'incomunicabilità, insomma, che è alla base di ogni cosa.
Anche il più profondo rapporto si macchia di questo. Anche la più profonda intesa non è totale compenetrazione degli animi, e susseguente capacità di interagire senza parole, senza fatti, senza sguardi, solo fisicamente e forse nemmeno quello. La macchia diviene ossido, l'ossido ruggine (i chimici non me ne vogliano a male, è l'immagine che profuma di poesia, non la scienza), la ruggine cedevolezza, la cedevolezza abitudine che immancabilmente porta a noia e frustrazione (chissà cosa avrebbe detto Hume a riguardo).
Così, il silenzio annida la devastazione di un piccolo edificio, un castello barcollante come pochi, la definizione di sé, che come è noto deriva dagli altri (l'uomo che parlò di autopoiesi cadde in grave errore, per Diana Cacciatrice!).
E così mi rinnovo nella mia disperata e logica soluzione.
Un blog, un mondo a se dove manca il dialogo, a fronte di una incapacità patologica di dialogare che, forse mia, potrebbe essere di tutta la realtà.
Misurate ciò di cui riuscite a parlare. Tutti voi. Troverete 10 argomenti, i più fortunati 15, attorno a cui ruota il mondo della vostra comunicazione. E già potrete esserne soddisfatti.
Con i miei 5 e questa stolta farneticazione, anche per stanotte, mi diparto, sperando che Morfeo sia un ben più cordiale ospite di Atena. |
|
|