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26 October

"Certezzamente" parlando

Mi sembra squallido, ma così mi va oggi, che dopo 13 gg di silenzio torni a scrivere di politica, argomento notoriamente privo di logica  sillogistica o della benchè minima traccia di buon senso a prima vista. Il periodo si presta, diciamocelo, ed i motivi sono sostanzialmente riconducibili ad una unica parola: finanziaria.
Come tutti sanno, la Finanziaria è una legge, una sorta di bilancio, che tutti gli anni il Governo deve redigere ed il Parlamento deve approvare, esattamente come nelle società di capitali...i motivi sono di buon senso, c'è poco da fare.
Come tutti sanno, la legge, quale che sia, è ciò su cui si basa il nostro ordinamento (cosiddetto di civil law, diveramente da quelli di common law i quali danno una grande importanza alle sentenze dei giudici), ed è a grandi linee cogente, nel senso che in un modo o nell'altro la violazione della legge dovrebbe comportare una riparazione dello stato legale coattiva.
Forse meno sanno, perchè è gergo accademico settoriale, anche se non tecnico, che il diritto dovrebbe essere certo, ossia tale per cui io, cittadino, con gli strumenti del codice e della logica, dovrei riuscire a prevedere le conseguenze di una mia azione...comunque, già i giuristi sanno che la certezza del diritto è una aspirazione, in quanto troppe cose (l'interpretazione della norma, l'attività del giudice, i rapporti tra i soggetti, etc etc) del tutto casuali rientrano nel ragionamento. Quindi, quale sarebbe il modo per dare una parvenza di prevedibilità al diritto?
Sicuramente, una maggioranza Parlamentare forte e compatta servirebbe.
Un Governo silenzioso ma efficiente altrettanto.
Un Presidente del Consiglio altamente politico pure.
Al momento attuale, non abbiamo nessuna delle tre cose in Italia...sia ben chiaro, anche avendole con il precedente governo di Centro-destra non si sono avuti risultati migliori, poichè molto dipende anche dall'atteggiamento delle persone.

Ancora una volta, in modo inutile, mi trovo a pensare: cosa servirebbe allora all'Italia? Come evolverci?
Una nuova classe politica? Certo
Una nuova moralità pubblica? Assolutamente
Un nuovo sentimento di missione politica non-messianica? Ci mancherebbe!
Peccato che tutto questo sia ben distante, all'orizzonte
13 October

2 X 1

Mi si vorrà scusare se coagulerò due interventi in uno, ma ho deciso di sfruttare una duplice idea che avevo. Non è detto che i due risultino esattamente collegati, anzi è fortemente improbabile che di primo acchito vi si noti un legame, ma non di meno la mente lo cerchi arrovellandosi su chissà quali teorie. Bene, è d’uopo sapere che l’unica concatenazione esistente è data dal giorno

Le nuove ragioni del Comunismo

Una piccola premessa, a mo’ di introduzione lessicale, al successivo intervento. Quando parlerò di comunismo, d’ora in avanti, mi riferirò non alla dottrina filosofico/politica elaborata da Karl Marx e Friedrich Engels nel XIX secolo (ossia, il cosiddetto “socialismo scientifico”) ma bensì alla ben più (tristemente) nota esperienza politica dell’Ex-URSS e delle Repubbliche Socialiste in genere (ossia, il “socialismo reale”): mentre infatti la prima, come ogni ideologia o dottrina in genere, è da considerarsi fallace o giusta nella sua interezza al di là di dimostrazioni empiriche, la seconda ha fallito su (quasi) tutti i punti che si era proposta, sfociando nella terribile esperienza totalitaria che è stata.
Detto questo, il comunismo è morto, checché certi esponenti politici bipartisan di tutto il mondo dicano. La caduta dell’URSS ha “ucciso” solo quello tra gli Idoli della potenza, con buona pace dell’altro blocco risultante non solo migliore ma “eticamente giusto”.
Si pone quindi un problema di fondo, classico quando si ha a che fare con il campo sociologico e culturale (l’unico in cui l’Umanità crei o inventi veramente…spiegherò nel caso qualcuno chieda) della riottosità dei “vecchi” e dei “giovani” ad abbandonare una definizione oltre ad una categorie di pensiero, contraddicendo nel caso di specie anche il più semplice assunto della dottrina di partenza di cui si fanno epigoni (lo Storicismo e, perciò, la progressione della storia). Cosa è un comunista ora? Quale è la sua teoria di riferimento?
E’ chiaro che la “nazionalizzazione dei mezzi di produzione” non è più possibile. Si è dimostrata fallimentare nella migliore delle ipotesi, oltre che “disuguagliante”. Arroccarsi su una idea di maggiore volontà di redistribuzione della ricchezza non solo è desueto, ma non rappresenta di sicuro un carattere ipso facto connotante, tante sono le tesi e le istanze in tal senso anche da parte di chi “comunista” non si direbbe mai. E allora? Maggiore giustizia sociale? Vedi sopra. Maggiore tolleranza e comprensione per il diverso? Se ne hanno anche esempi ben distanti, per semplici ragioni di convivenza e buon senso. Quindi?
Quindi perché non usufruire del presente? O meglio, applicare a vecchie categorie un aggiornamento modernista?
La ricchezza al giorno d’oggi non è più solo fatta di risorse e denaro. È fatta di informazioni, di più disparati generi. Cultura, progresso, innovazione, tecnologia. Questo rende l’uomo di oggi ricco, non solo economicamente ma anche “spiritualmente”. Perché allora, superando di nuovo il vecchio concetto di “nazionalizzazione” (anch’esso ormai privo di significato…il maggior segnale della nascita di una comunità globale è l’esistenza di chi la denigra, ossia il movimento no-global) non pensare ad una “globalizzazione” accentuata, drastica, quasi “disumana” (o “transumana” come preferirei definirla, trasfigurante ed elevante) del sapere.

Lancio una piccola richiesta a chi legge solo questo post (e saranno 2, forse tre persone, a cui chiedo di pubblicizzarlo per una volontà di confronto): superare anche la terminologia. Non il comunismo, o Comunismo, ma…
il Condivisionismo

Comunità

Anche qui una piccola introduzione. Il giorno è lo stesso del ben più importante post precedente, perché per me ricopre un valore simbolico che, mi rendo conto, nella mia vita il “13” ha assunto (sono le 11:13 quando scrivo questo messaggio): oggi sono esattamente 7 mesi da quando ho lasciato una carica “organizzativa” nella community ondine di GdR da me frequentata, e 6 mesi esatti dal mio ultimo Log attivo.
Cosa centra questo? Non sento quasi più i “vecchi” con cui parlavo allora (salvo rare e a me care eccezioni), quindi i rapporti sono stati interrotti, unilateralmente, in modo definitivo. Perché parlarne, quindi?
Per un vezzo? Per una ossessione? Per senso di colpa?
No, per riflessione.
Fui, un tempo (2 anni fa circa…ma più corretto sarebbe dire 3 e mezzo, forse) irretito e persuaso da un pensiero preciso: la superiorità delle community online di GdR rispetto al classico party. Perché? Facile a dirsi: maggiore ricambio di persone, possibilità di “adeguamento” e personalizzazione più forte e, non da ultimo, attività creativa di gioco, gestione, regolamentazione e quant’altro accentuata. Non una manuale sic et simpliciter, ma un processo di adeguamento/modificazione che adattasse un vecchio fenomeno alle potenzialità della rete.
Rimasi persuaso per lungo tempo, ed in parte, per uno “veterano”, ritengo l’esperienza sia da fare per gli stessi motivi.
Non per un novellino o una persona immatura.
La community online, proprio per quei vantaggi, è più difficile da gestire. Quasi impossibile, se non con “negoziazioni” forti e costanti fra varie anime, come in ogni associazione. Con la mancanza, però, del faccia a faccia.
Cosa comporta, attualmente, il “faccia a faccia”? Non si è forse progredita, l’Umanità, attraverso le nuove tecnologie, tanto da superare queste (obsolete) categorie?
Certo, si è evoluta, ma nel senso errato. Al posto che mantenere l’etichetta ed il buon senso della relazione “reale” (dove si è spinti da motivi di buon senso), la rete ha garantito a chi non apprezza dette regole (gli “immaturi”, tra cui mi ricomprendo, sia ben chiaro) o sarebbe portato a non rispettarle di deviare da esse, come se nulla fosse.
Risultato? Ingestibilità se non in base autoritaria/monocratica. Cose che un party, con un master e più giocatori fisicamente presenti, non ha, se non per intrinseca incapacità del party di legare.

Alla fine, questo post ha solo un senso. Ed è una dichiarazione di resa, o meglio un dar ragione ad una persona, che so non leggerà, riguardo ad una vecchia discussione.
Si, Persona Cara, avevi ragione tu, ed io torto

11 October

V(I)

14 giorni. Esattamente 14 giorni dal mio ultimo intervento. A questa velocità, effettivamente, sarebbe meglio chiudere il Blog...ma perchè eliminare l'eterno monito della propria inettitudine letteraria?
La domanda non è sciocca come pare,
ma non di questo oggi voglio trattare.
E, caro lettore mio, nemmeno son momenti
per affannarmi, indiavolarmi e accigliarmi
sulla volubilità estrema degli argomenti
e su come, all'improvviso
di cento cose a dire
nemmeno una abbia viso
Comunque, voglia tu scusarmi,

ciò che segue potrebbe allarmarti
contraddire precedenti parole
e stupire certe signore.
Ma valuta bene il contenuto
poichè niente ha due faccie
come il velluto
(stupidaggine in rima, di mia personale creazione)

Sono sicuro tutti avranno notato quanto la contraddizione libertà/dovere mi sia cara. Continuerò su questo tracciato, oggi, con una tesi che potrebbe suonare scontata, e che sicuramente si presta da più punti di vista ad essere demolita sia adducendo la sua totale derivazione dalla mia educazione sia la sua possibile inesattezza logica. Per una volta, non sia mai che mi ripeta (e se lo ho già richiesto, gradirei che qualcuno me lo facesse notare), seguite i passaggi, prima acriticamente, per poi andare a sottolineare le incongruenze.
Oggetto, e punto d'arrivo, della riflessione è come l'individualismo abbia generato "orrori inimmaginabili", quasi quanto il qualunquismo o il collettivismo; siamo chiari, la personalizzazione, l'esaltazione dell'individuo nel suo libero agire e pensare è cosa buona, segno di evoluzione e quant'altro, ma mina alla sua base l'attuale tipo di convinvenza "pacifica", probabilmente cronologicamente datato e da superare: la società.
In effetti, individualismo, come anche uguaglianza formale/sostanziale e democrazia (e non sono per forza slegati questi elementi) significano che ognuno non solo può decidere cosa fare di sè, ma anche che ne ha i mezzi. Attuando i corretti comportamenti (che essi siano improntati sulla diligenza, sulla moralità, ovvero sulla mancanza di scrupoli per l'attuale discorso è irrilevante) chiunque potrebbe divenire il Presindente del Consiglio, il presidente o l'amministratore di un grandissimo gruppo finanziario o di una enorme impresa, indipendentemente da condizioni di partenza e percorsi. Certo, si può addurre che la cosa può risultare più o meno difficile, ma non impossibile.
E questo, anche in totale mancanza di capacità.
Per esemplificare: è noto che l'Alitalia sta per fallire. Perchè? Errori su errori di politica imprenditoriale. Eccessive assunzioni. Troppe commistioni con la politica. E questo perchè? I managment(s) precedenti non erano dotati delle capacità che servivano, evidentemente, e le situazioni non hanno aiutato a "sopperire" o tappare queste lacune.
Ma cosa comporta questo? Che nella maggior parte dei casi, all'egida della propria libertà/autopoiesi, i ruoli importanti a qualunque livello sono mal ricoperti. Questo non vale solo per la politica, per l'imprenditoria. Anche per la famiglia, finanche per sè medesimi.
Manca, forse, un gusto del dovere per il dovere. Meglio, l'onestà intellettuale di definire il proprio dovere. Ancora di più, l'onestà intellettuale per vedere, comprendere, riconoscere la propria "incapacità" relativa (nessuno è incapace in tutto) e, da essa, derivare la propria posizione non "umana" (io, studente di giurisprudenza, sono ho lo stesso valore umano di un senza tetto, di un assassino e persino del Papa) ma "deontologica".
Ma forse il discorso è inutile. Forse si basa su un errore di fondo che è mio ma, per egocentrismo imperante, estendo agli altri.
La scomparsa della dicotomia sfera sociale/sfera umana, quasi che, in un enorme calderone, il proprio valore umano (emotivo, e razionale) si fonda con quello sociale (economico e di status) e quello pragmatico/pratico (dell'azione e della morale)